La chiesa coi "turni" per cattolici e ortodossi

Cattolici e ortodossi da oggi si divideranno la sede. Durante il suo turno padre Radu innalzerà la paratia

La chiesa coi "turni" per cattolici e ortodossi

Lei si chiama suor Ancilla, lui è padre Radu. Lui ha quarant’anni e ha il phisique du role del prete ortodosso: grande, grosso, barbuto. Lei ha ottantun anni, le forze e la lucidità la stanno abbandonando, è in pace con Dio: come qualcuno ha scritto, citando il Vangelo di Luca (10, 38-42), «si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta». Lei ha fatto la vita monastica, Ordo Virginum, domenicana, il romitaggio a Chiaravalle. Lui, da bravo ortodosso, ha moglie e tre figli. Le loro strade si incrociano nell’ultimo lembo di Milano, tra il Corvetto, il depuratore di Nosedo, la Vettabbia.

Non è un posto facile. Ma qui c'è una piccola chiesa, poco più che una cappella, sorta nel 1200 ai bordi malarici e violenti della città. Trent'anni fa, suor Ancilla vi si imbattè. Cadeva a pezzi. La piccola suora vi colse, a dispetto della location (o forse proprio per questo) la spiritualità sopravvissuta ai secoli e al degrado. La fece risorgere, con volontà di ferro, e diventare il centro di una comunità di frontiera forte ed accogliente, Nocetum. Nella chiesa riapparvero gli affreschi giotteschi. Sotto di essa, la tomba paleocristiana: una donna, forse una badessa, e intorno lei i resti di altri settantacinque uomini, donne, bambini. Le analisi li datarono tra il Cinquecento e il Seicento.

Un anno fa, nella chiesetta di via San Dionigi si imbatte Ianut Radu, prete ortodosso rumeno. É arrivato da poco da Perugia, dove era pastore da otto anni. A Milano, padre Radu ha trovato una comunità rumena numerosa, vivace, per più di un aspetto problematica. La fede, come spesso accade nelle comunità straniere, è uno dei pochi collanti. Ma l'unico luogo di culto per i rumeni milanesi è la chiesa di Santa Maria, in via de Amicis. Poco, per i quindicimila rumeni che vivono all'ombra della Madonnina.

Così pade Radu cerca. E i percorsi del caso o della Provvidenza lo portano in via San Dionigi. Ne nasce un dialogo, poi un progetto che un po' alla volta prende forma. E che ora assume la veste dell'ufficialità. Da oggi, la chiesetta è la «Parrocchia Ortodossa Romena dei santi martiri Gervaso, Protaso, Nazario, Celso e Santa Parasceve». Santa, quest'ultima, poco nota da noi: ma venerata e radicata tra i popoli slavi dei Balcani. Nella chiesa, le due confessioni cristiane - la cattolica e l'ortodossa - convivranno. Per i cattolici, resterà la chiesa di san Filippo e Giacomo, si celebrerà in rito ambrosiano. Quando sarà il suo turno, padre Radu innalzerà davanti all'altare e agli affreschi l'iconostasi, la paratia affrescata che nella messa ortodossa separa il celebrante dai fedeli. Ognuno tiene la sua fede, la sua lingua, le sue abitudini. Ma le due comunità vivranno accanto, e inevitabilmente si mischieranno: come all'ultima festa patronale, quando alle tavolate dei rumeni si sono affacciate le donne e i bambini che Nocetum ospita.

Suor Ancilla (che di cognome fa Beretta: e forse solo una suora lombarda poteva mettere in campo tutta questa determinazione) vivrà l'evento nella pace in cui l'età l'ha confinata. Padre Radu invece è sveglio, giovane, operativo: uno che per spiegarti come lo scisma ortodosso abbia faticato a diffondersi nell'anno Mille dice che «d'altronde non l'hanno messo mica su Twitter». Ha trasformato l'inaugurazione della Parrocchia in un evento teologico, con conferenze e concerti, e col Te Deum che stasera in San Simpliciano celebrerà il centenario della Grande Romania. Ma chiacchierando con lui è inevitabile curiosare sui rapporti che un giovane prete sposato venuto dall'est vive ogni giorno con i suoi «colleghi» cattolici: mediamente più anziani, e soprattutto celibi. Il dialogo ecumenico, quello che ha portato la Curia a autorizzare la convivenza nella vecchia chiesetta, passa anche per questi rapporti. La sentono meno collega, padre, quando sanno che ha una giovane moglie e tre figli maschi? «Per me il problema non esiste, perché sono abituato a confrontarmi con i nostri monaci, che fanno anch'essi voto di celibato. E sono sicuro che anche tra i cattolici questa differenza non conti granch'è, d'altronde anche tra loro ci sono i diaconi permanenti che sono sposati. Il responsabile del servizio per l'Ecumenismo della Curia è Roberto Pagani, cioè un diacono sposato. E poi ricordiamoci che non parliamo di una differenza dogmatica!». Così il dialogo della Curia ambrosiana va avanti. Con gli ortodossi rumeni, serbi, greci, russi, bulgari, verso quell'unità cristiana che non è a portata di mano: «è un desiderio, è una speranza», dice padre Radu. Ma nella chiesetta affacciata sui campi ha iniziato a divenire realtà.

Luca Fazzo

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