Costano un paio di milioni di euro come minimo, prevedono location incredibili di solito lontanissime tra loro così il traffico parigino diventa un inferno e gli addetti ai lavori della moda si trasformano in un esercito di poveri diavoli in preda al mal d’auto. Comunque sono belle, a volte bellissime anche se spesso i conti non tornano e le vendite non vanno affatto bene.

BALENCIAGA: LO SPETTACOLO DELLA MODA
La sfilata si svolge in un vecchio tennis club di Parigi, talmente fuori porta che per arrivarci si fa anche un pezzo di tangenziale. Al popolo della moda piace moltissimo perché ha una sala gigantesca con un pavimento bianco che si presta a qualsiasi allestimento. Pierpaolo Piccioli, direttore creativo dello storico brand dal 19 maggio 2025 dopo 25 anni di meritati successi da Valentino, fa installare al centro del salone una gigantesca scultura dell’artista francese Aude Franjou. S’intitola “Il corallo della libertà”, nome dato anche alla collezione della primavera/estate 27. Infatti come il corallo nasce e cresce per successive sedimentazioni, questo prét à porter è figlio dell’alta moda che è l’unico campo in cui si sia cimentato Cristobal Balenciaga, l’uomo definito da Christian Dior “il maestro di tutti noi”. Piccioli racconta di aver trattato la couture come un laboratorio di possibilità per il prét à porter cambiando i connotati ai modelli con le sole cuciture. “Ho lavorato sugli archetipi del guardaroba contemporaneo come la camicia bianca, i jeans, l’abito nero di pizzo oppure le giacche per portare lo straordinario nel quotidiano” racconta poco prima di far sfilare una sensazionale camicia che all’altezza del punto vita si stringe come un corsetto per poi esplodere in una specie di tutù che danza leggiadro intorno al corpo. Per ottenere un effetto del genere di solito servono corsetti, strisce di restilane (l’equivalente contemporaneo delle stecche di balena) imbottiture e tagli chirurgici. Qui non c’è nulla di tutto ciò, solo una costruzione ingegnerizzata del capo. Inevitabile chiedere quanto costerà questo sublime scherzetto ripetuto sul collo della camicia di lui che sta magnificamente in piedi come moda comanda. Il bravissimo designer romano sostiene di aver fatto i prototipi in atelier per poi affidarli a chi si occupa della produzione industriale. Sensazionale anche la storia degli abiti in sbieco finiti da una selva di frange fatte da innumerevoli nappine tridimensionali che sono state gonfiate ad aria, per non parlare della giacca sartoriale di lui fatta in un tessuto da camicia (come faccia a non perdere l’aplomb è un mistero) per non parlare della T shirt realizzata nel jersey più leggero del mondo che addosso sta come un modello couture che al suo interno nasconde un corsetto. Insomma una meraviglia che pure non riesce a spegnere le voci di corridoio su un possibile cambio della guardia in questa maison. Speriamo di no. Per la moda prima di tutto.

TOM FORD: LO SPECCHIO DELLA SEDUZIONE
Più che una sfilata sembrava un’elegantissima orgia come quella filmata da Stanley Kubrick in Eyes Wide Shut. Modelle e modelli passeggiano su un podio pieno di specchi che rimandano l’immagine a tratti luciferina di bellissime creature d’ambo i sessi vestiti per uccidere il calo del desiderio a qualunque età. Haider Ackerman, il designer belga di 55 anni chiamato a traghettare nella contemporaneità il brand del grande stilista americano oggi controllato da Estee Lauder, sfoggia una competenza enciclopedica nel costruire giacche attillatissime, gonne a matita, pantaloni seconda pelle: quella sexiness d’alto bordo che ha creato la leggenda di Tom Ford. Poi cominciano a uscire donne con spacchi assassini, scolli vertiginosi, trasparenze da capogiro accanto a uomini palestrati al punto giusto e che mostrano i muscoli senza la minima volgarità. Solo il tipo con il perizoma rosa pare un po’ fuori posto in tanta eleganza sexy, ma la citazione è perfetta: quando Tom Ford era il Deus ex Machina di Gucci fesce sfilare un ragazzo vestito solo con uno string chiuso da una fibbia con la doppia G sulla schiena. Il finale è assolutamente orgiastico con una divina modella di colore vestita solo da una lunga sciarpa in paillette d’argento strategicamente drappeggiata sul corpo nudo sotto alla giacca appoggiata sulle spalle che guida un corteo di creature luciferine in abito da sera rosso o nero oppure in smoking. Gli specchi riflettono e amplificano la scena di questi corpi che si rivelano senza offrirsi, pericolosi e al tempo stesso seducenti. Nel fare i complimenti ad Ackerman ci scappa detto: “Pare che oggi ai giovani il sesso non interessi così tanto, pensi che questa collezione li attirerà?”. Lui serafico risponde che altrimenti non l’avrebbe fatta e in quel preciso momento Gildo Zegna il cui Gruppo gestisce tutte le attività di Tom Ford Fashion si dice entusiasta della collezione.

RICK OWENS QUANDO LA MODA TI FA PENSARE
Lo stilista americano sfila sempre intorno alla fontana del Palais de Tokyo, una cornice modernista che diventa uno sfondo perfetto per i suo abiti eccentrici oltre ogni dire ma sempre pieni di fascino e significati. Stavolta per il gran finale uomini e donne spesso issati su scarpe dalle zeppe più alte che si possano immaginare, scendono verso il pubblico da una sorta di scivolo tra due fila di altissimi getti d’acqua. E’ una scena apocalittica e bellissima, pazienza se nelle prime file ci si bagna un po’. Stavolta i vestiti lunghi, scostati dal corpo, più spesso simili ai pepli delle vestali o alle tonache dei monaci che non agli abiti con cui tutti affrontiamo la vita, sono più leggeri e svolazzanti del solito. Rick Owens racconta però di aver trovato una rovusta cinghia di nylon usata per il trasporto di casse da spedizione e di aver chiesto ai suoi fornitori comaschi di trasformarla in un tessuto. Il risultato è una pesante duchesse doppia tagliata in capi che sono lastre di tessuto rigido incrociate da linee a traliccio. Poi c’è la duchesse di pura seta con una trama satinata ad altissima densità. “Se ne riescono a fare solo 30 metri al giorno” racconta il designer che usa solo denim giapponese multicolore da 13 once tinto con sulfuro e pelli di rara morbidezza. Pazzesche infine le giacche Millefoglie composte da migliaia di cerchi di tulle in nylon riciclato tagliati singolarmente da quasi 200 metri di stoffa. Tutto questo si vedrà difficilmente per la strada ma è come lanciare un sasso nello stagno e poi guardare quanti cerchi si formano dal punto in cui è caduto. Non a caso la collezione si chiama Stone, Sasso, appunto.

SCHIAPARELLI IL GLAMOUR FACILE MA NON TROPPO
Daniel Roseberry, il designer americano che disegna questo storico marchio che fa parte del patrimonio personale di Diego Della Valle, è bravissimo nell’alta moda: un campo minato per tutti ma non per lui. Nel prét à porter la sua visione sembra meno lucida e divertente anche se lui fa gli accessori più belli del mondo (stavolta le scarpe hanno un tacco-totem comodamente basso, ma ricordiamo il tacco a zampa di gallina o quelli a forma di labbra) dei bijoux da perdere la testa e riesce a infilare in molti modelli quei surreali dettagli che hanno costruito il mito della grande Schiap. Stavolta, invece, c’è una ricerca formale di epurazione a cominciare dai colori, bianco e nero, per cui alla fine è normale che nei vestiti si aprano spacchi vertiginosi, ampie zone nude, orli a lattuga e altri dettagli difficili da cogliere dalla passerella. La sfilata si svolge infatti nella perfetta riproduzione di un tabarin con tavoli du cui viene servito lo champagne in prima fila e dietro scomode panchette da cui si vede poco o niente. Insomma un elegante guazzabuglio.
MIYAKE COME VESTIRSI DI ARIA
Il vuoto in Giappone si chiama MA ed è un concetto tanto estetico quanto filosofico che non deve essere inteso come una semplice assenza ma come uno spazio vitale carico di significati. Satoshi Kondo, il bravissimo designer giapponese che da qualche anno dirige il Miyake design team indaga sul vuoto che si forma tra l’abito e il corpo concludendo che questo è il MA. Trasformare tutto questo in una collezione non è stato affatto facile ma il risultato era sensazionale. Prima di tutto hanno preso dei manichini, li hanno avvolti con capi inumiditi creando delle forme plausibili. A questo punto un software scansiona il risultato ottenuto e realizza con l’aiuto di un braccio robotico un body-seconda pelle fatto da una resina proveniente dalle imbottiture dei reggiseni. Non contento il designer ha chiamato il pianista Koki Nakano chiedendogli di dare vita a un dialogo tra composizione musicale e creazioni di abiti. Tutto questo visto in passerella era semplicemente meraviglioso anche per via della performance di un gruppo di danzatori che muovevano un enorme drappo di leggerissima seta da paracadute riempendolo d’aria e trasformandolo in un unico “vestito” in cui tutti si sono infilati tranne una ballerina lasciata fuori a interrogarsi sul MA. Il bello è che tutto questo diventa poi abiti portabilissimi, scarpe di estrema comodità, una moda comoda e intelligente che non a caso piaceva a donne straordinarie come Zaha Hadid e oggi piace a milioni di persone nel mondo.
LOEWE: DI TUTTO, DI PIU’ E UNA POLTRONA PER DUE CHE TRABALLA
Il marchio oggi controllato dal Gruppo LVMH (Louis Vuitton Moet Hennessy) ha compiuto 180 anni l’estate scorsa e viene universalmente definito come l’Hèrmés spagnolo. Da qualche stagione dopo gli entusiasmanti anni sotto la direzione creativa di JW Andersen viene disegnato dal duo americano composto da Lazaro Hernandez e Jack McCollough che insieme hanno fondato il brand Proenza Schouler. Fin qui niente di male, ma visti in passerella ieri mattina i capi erano un mix and match d’immagini diverse. C’era il bravo ragazzone sportivo con il blouson consegnato al mito da Miu Miu, la ragazza irresistibile che ruba il giubbotto da motociclista al fidanzato e a lei sta molto meglio (qui le fonti sono tante: da Phoebe Filo in giù) poi due fanciulle con gigantesche gonne a fiorellini attaccate al reggiseno, un paio di deliziosi chemisier con le maniche doppiate dalle cerniere e uno stupendo abito interamente ricamato di perline che riproducevano con assoluta fedeltà un prato fiorito. Insomma una gran confusione a parte le borse che erano molto belle. Pare che per i due stia per suonare la campana. Qualcuno però dovrebbe spiegare a chi mai è venuta l’idea di chiamarli perchè loro sono bravi a fare altre cose: lo chic moderno all’americana, quel genere sofisticato in auge solo a New York.
