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"In un mondo pieno di parole il silenzio diventa spettacolo"

Alla Biennale Teatro va in scena la prima di "Tacet". L'autore Jacopo Giacomoni: "Alla fine si sta tutti zitti insieme in sala"

"In un mondo pieno di parole il silenzio diventa spettacolo"
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Negli ultimi giorni della 54esima Biennale Teatro dal titolo Alter Native, diretta da Willem Dafoe, va in scena a Venezia Tacet, una delle opere forse più interessanti di questa edizione. Coproduzione di Biennale, del Piccolo Teatro di Milano e Cranpi, Tacet indaga il silenzio in modo fisico oltre che storico, coinvolgendo ritualità e condivisione.

Si tratta di una prima assoluta, il 20 e il 21 giugno all'Arsenale, con la regia di Silvia Costa (in scena, oltre a lei, Elena Rivoltini, Gaia Ginevra Giorgi, Jacopo Giacomoni, Matteo Zoppi, Renato Grieco), ma il testo, in tournée da luglio e ad ottobre al Melato a Milano, è già pluripremiato: ha vinto il Riccione per il Teatro 2025 e Biennale College Drammaturgia 2024. Jacopo Giacomoni (nella foto tratta dallo spettacolo, il primo a sinistra), che arriva al teatro come filosofo e musicista, ne è l'autore.

Il silenzio diventa spettacolo: che significa?

"Come in ogni cosa che parla di silenzio, il silenzio non c'è. Ma c'è un meccanismo preciso che espone il silenzio e crea tensione in vista della fine dello spettacolo, in cui si è zitti tutti insieme. Sessanta minuti di parole che preparano questo momento, nella speranza che quando arriverà avremo mondi da esplorare dentro di noi. Il pubblico vedrà una scena piuttosto spoglia, con sei performer che osservano il silenzio come in un museo e provano a unire punti nel tempo e nello spazio lontani. Punti in cui la gente è stata in silenzio, come nel primo minuto di silenzio mai commemorato durante la Prima guerra mondiale o momenti di silenzio rovinati da un applauso in uno stadio di calcio".

A che cosa punta questa ricerca?

"A capire perché stare insieme in silenzio in un teatro, quel momento intimo come spettatori in cui si sta da soli con gli altri".

E da che cosa parte?

"Da un fatto, che è anche una nota personale: il silenzio fa molta paura e ci si è molto disabituati nella quotidianità. Se accade mentre siamo con gli altri, si cerca di interromperlo subito o di coprirlo con la musica. Ultimamente si usa questa orribile espressione: Silenzio complice. Come se quando si rimane in silenzio ci si dovesse sentire in colpa".

John Cage l'ha ispirata.

"John Cage è anche in scena come personaggio. Il titolo stesso, Tacet, è come viene chiamato il silenzio dello strumento in partitura in 4.33, la sua opera più conosciuta.

Cage aleggia per tutto lo spettacolo, ma in uno specifico interludio, La morte di John Cage, lo vediamo nella camera anecoica di Harvard e racconta che il silenzio non esiste: una volta dentro la camera, sentiva comunque un rumore grave, il suo sistema circolatorio, e un rumore acuto, il suo sistema nervoso. Immagino allora che muoia in quella camera, per produrre il silenzio assoluto".

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