Mario Andretti ha 86 anni e la vivacità di un ragazzino. Però non fatelo arrabbiare dicendo che l’ultimo campione del mondo italiano è Alberto Ascari. Quel titolo lo vuole lui che il Mondiale lo ha vinto nel 1978 con la Lotus.
Mario chi è l’ultimo campione delmondo italiano?
«Sono io, assolutamente. Sono nato in Italia e sono cresciuto lì per i primi quindici anni della mia vita».
Poi però…
«Il dopoguerra ha cambiato tutto. Dal 1947 al 1955 siamo stati in un campo profughi a Lucca, in Toscana. Poi, grazie a uno zio che viveva negli Stati Uniti, abbiamo avuto la possibilità di emigrare in America. Mio padre diceva che saremmo rimasti cinque anni e poi saremmo tornati. Invece siamo ancora qui».
Americano o italiano?
«L’America mi ha dato opportunità che probabilmente non avrei mai avuto in Italia. Però ripeto sempre una cosa: il mio passaporto non cambia il mio sangue. Io sono assolutamente italiano. Anche se oggi il luogo dove sono nato appartiene alla Croazia».
È stato ad Austin dove l’abbiamo vista abbracciare Kimi. Che impressione le ha fatto?
«Non me lo aspettavo, ma non mi ha sorpreso. Kimi è un ragazzo simpatico, ma soprattutto si vede che è ammirato e rispettato da tutti. Per essere così giovane, si comporta in un modo davvero speciale. Noi italiani dobbiamo essere orgogliosi di avere una persona come lui».
Kimi le ricorda qualcuno dei grandi piloti del passato?
«Se guardiamo agli ultimi anni, penso a Verstappen. Anche lui è arrivato in Formula 1 dimostrando immediatamente di avere qualcosa di speciale da offrire. Kimi è uno di quei talenti che arrivano ogni vent’anni. È qualcosa di veramente speciale. Faccio persino fatica a trovare l’aggettivo giusto per descriverlo».
E poi è anche un ragazzo simpatico, una qualità importante per diventare un campione popolare.
«Esattamente. Credo che diventerà un campione popolarissimo. Nel paddock è già rispettato dai campioni affermati. Basta sentire come parlano di lui, come lo lodano. È una cosa che non si può comprare. Eper noi italiani sarà bellissimo avere un nuovo campione così».
Ha vinto praticamente ovunque fosse possibile vincere con un’automobile. Il Mondiale di F1 del 1978 con la Lotus, però, è stato segnato dalla tragedia di Ronnie Peterson. Qual è l’immagine che le torna in mente se ripensa a quel titolo?
«Il giorno che avrebbe dovuto essere il più importante della mia carriera è diventato un giorno che non ho potuto celebrare. È stato terribile. Ma dopo la tragedia di Ronnie tutto il resto non aveva più importanza. Non ho potuto festeggiare quel Mondiale. Ci sono voluti anni prima che riuscissi a celebrarlo».
Parliamo della Ferrari. Per un italiano come lei, indossare la tuta rossa doveva essere speciale.
«Assolutamente. Pensaci: ho vinto la mia prima gara di F1 proprio con la Ferrari e ho disputato anche la mia ultima gara di Formula 1 con la Ferrari, quando tornai a Monza nel 1982 per sostituire Didier Pironi. I ricordi sono splendidi. Con la Ferrari ho corso, ho vinto in Formula 1 e anche con le vetture sport. E soprattutto ho avuto una collaborazione diretta con il Commendatore».
Lei era uno dei piloti che avevano un ottimo rapporto con Enzo Ferrari. Non tutti quelli che hanno corso per lui possono dire lo stesso.
«È vero. Io ho sempre avuto un rapporto diretto emolto buono con lui. Ci capivamo e c’era grande rispetto».
Torniamo al 1982. Aveva già più di quarant’anni, era praticamente uscito dalla Formula 1. Quanto conta quel ricordo nella tua carriera?
«Tantissimo. Quando arrivai non sapevo davvero cosa aspettarmi. Ero rimasto fuori dalla F1 enon avevo mai guidato una monoposto con il motore turbo. Era tutto nuovo per me».
Come andò quel primo incontro con la Ferrari turbo?
«Ero arrivato con mia moglie il sabato, soprattutto per prendere confidenza con l’abitacolo. Il giorno dopo andammo a pranzo al Cavallino e poi ci spostammo a Fiorano. Mi sistemai in macchina e dissi che avrei fatto soltanto qualche giro. Ma appena cominciai a guidare mi sentii talmente bene che volli continuare. Alla fine feci 87 giri con record della pista».
Le piace la F1 con la componente elettrica così importante?
«Quest’anno, sinceramente, mi dispiace un po’ vedere quello che sta succedendo. Basta ascoltare i piloti: si lamentano praticamente tutti. Credo che i regolamenti siano andati troppo nella direzione desiderata dalle case automobilistiche. Adesso sembra che si voglia tornare un po’ indietro, per restituire maggiore importanza alle qualità dei piloti».
Si riferisce soprattutto alla gestione dell’energia?
«Certo. Oggi devi alzare il piede e frenare per ricaricare la batteria. Addirittura nelle curve veloci devi rallentare perché sai che nessuno può superarti e così puoi recuperare energia. Per me èdifficile accettare una F1 fatta così».
Soprattutto per uno come lei, soprannominato Piedone...
«Appunto!».
