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Motori

Il piccolo principe ha fatto la storia nel nome dei giovani d’Italia

Kimi dimostra che esiste una generazione di ragazzi capaci di sacrificare l’adolescenza per inseguire il sogno di essere i migliori

Mercedes' Italian driver Kimi Antonelli celebrates with his father Marco Antonelli after winning the world championship title after the Mexico City Formula One Grand Prix, at the Hermanos Rodriguez racetrack in Mexico City on November 1st, 2026. (Photo by Carl de Souza / AFP)

In fondo lo è. Basta sfogliare le pagine di un libro e chiudere gli occhi. Il Piccolo Principe aveva lasciato un pianeta per scoprire altri mondi. Andrea Kimi Antonelli ha lasciato Bologna e l’Italia per conquistare il mondo. Il primo viaggiava fra le stelle, il secondo su una stella a tre punte. Entrambi hanno compreso presto che diventare grandi significa stare lontani da casa e da chi ami.

Kimi, a differenza del ragazzino di Saint-Exupéry, chi ama l’ha portato con sé: papà sempre, mamma e sorella ogni tanto.

Il Piccolo Principe della velocità è nato ben sapendo che le volpi non si addomesticano. Si battono in pista. Con il sorriso di chi sembra chiedere permesso anche in casa propria. Gran premio dopo gran premio è sceso in gara entrando in staccata nei sogni degli italiani e negli incubi dei rivali. Occhi di un cerbiatto diventato volpe e squalo Kimi, non per cattiveria gratuita ma per la pura fame agonistica che non ammette distrazioni, esitazioni, pietà sportive. Perché la Formula 1 è gelida e bastarda, non perdona, non è solo pericolo e velocità, è una rivalità stressata e prigioniera del mezzo, delle prestazioni, delle scelte tecniche altrui talvolta giuste, talvolta sbagliate che polverizzano carriere in mezzo alle frustrazioni, chiedere al riguardo a Charles Leclerc. La F1 è una catena di smontaggio che giorno dopo giorno, gara dopo gara demolisce le aspettative di chi ci arriva. Ne grazia pochi, alcuni di questi, ricordando la meravigliosa frase di sir Frank Williams, sono «doni preziosi figli del talento che il Dio dei motori manda in terra, è successo con Senna, con Schumacher...». Succede ora con Kimi.

Per questo i piloti sono guerrieri moderni che attaccano e si difendono. Non portano armature, indossano tute ignifughe. Il coraggio non è non avere paura, è montare in auto, abbassare la visiera e partire lo stesso sapendo che cosa potrebbe succedere. A Kimi riesce con una naturalezza quasi offensiva per noi pincopalla della vita che, qualche volta, incespichiamo anche quando non rischiamo nulla.

Non è incoscienza la sua, è consapevolezza. Fossero così tutti i nostri ventenni avremmo un’Italia superpotenza e un futuro migliore garantito per tutti. Perché il ragazzo bolognese racconta un altro Paese. Quello che alleva talenti, li educa, li prepara e poi d’un tratto si ferma, impotente e colpevole, e li osserva partire. Cervelli in fuga, li chiamiamo con la triste fierezza di averli visti o aiutati a sbocciare mentre, ora, li guardiamo scappare via. A volte sono teste che inventano, a volte mani che disegnano, altre piedi e sederi capaci di sentire da un pedale o un sedile quello che un’automobile sta per fare prima ancora che lo faccia. La Ferrari specchio del Paese, come una madre o un’insegnante distratta non ha visto in questo ragazzino il futuro che Toto Wolff ha subito immaginato per lui. Mercedes lo ha accolto sulla stella a tre punte, l’ha cresciuto, aspettato. L’astuto manager austriaco si è subito accorto che in quella faccia da bravo ragazzo abita un’ambizione che non sa chiedere scusa. E benché Kimi sia ormai sfuggito all’Italia ferrarista, questa è la vera grande buona notizia oltre al titolo mondiale appena vinto. Lo è per noi e per i nostri giovani ai quali rimproveriamo con troppa leggerezza di voler tutto senza rischiare niente, cercando di tagliare il traguardo senza aver percorso la strada. Kimi è invece la dimostrazione che esiste una generazione di giovani capaci di sacrificare adolescenza, comodità, amicizie, tempo libero per inseguire qualcosa che non offre garanzie e che, anzi, potrebbe portare via tutto in un battito di cronometro.

Il Piccolo Principe imparava che l’essenziale è invisibile agli occhi. Kimi, che vive di traiettorie e millesimi rubati agli altri, sembra aver compreso che l’essenziale è quella parte di sé che nessuna telemetria riesce a leggere: il desiderio di un ragazzo di essere il migliore in un mondo di adulti.

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