Patrizia Ascari aveva otto anni quando suo padre Alberto perse la vita a Monza, il 26 maggio del 1955. Era stato campione del mondo con la Ferrari nel 1952 e nel 1953. L’ultimo italiano. L’unico a farcela guidando una Ferrari. Settantatré anni dopo, Antonelli ha spezzato l’incantesimo.
E Patrizia, che oggi vive nella campagna lucchese, tra i suoi cani e i ricordi, non potrebbe essere più felice: «È fantastico. Kimi è carino, simpatico, giovane, sorridente. Non so a chi possa non piacere. È magnifico».
Di papà Alberto conserva soprattutto il ricordo di un padre, non di un campione. «Era una persona piacevolissima, allegra. Ma sono ricordi di una bambina di otto anni, quindi un po’ vaghi». Sapeva benissimo che mestiere facesse. «A otto anni non si è così cretini. Ma per noi era un lavoro normale. Era un papà che stava spesso lontano, come se lavorasse all’estero. Poi tornava con tanti regali».
Anche le vacanze erano limitate: «C’era sempre Monza, c’erano sempre le corse».
In circuito, però, i figli non potevano mettere piede. «Proibito assolutamente. Neanche mia madre poteva andare.
C’era una distinzione netta tra casa e lavoro». Una scelta curiosa per un uomo che da bambino aveva frequentato le piste con suo padre Antonio, anche lui pilota, anche lui amico di Ferrari. «Noi ascoltavamo le gare alla radio, soprattutto d’estate, quando eravamo a Santa Margherita. Non ho visto un circuito prima dei diciotto anni».
La Formula 1 di oggi non la entusiasma. «L’ultima volta a Monza è stato un incubo. Una volta si vedevano i box, si girava, si cambiava posto. Adesso non si vede niente. Tanto vale guardarla in tv». E soprattutto è scomparsa una componente fondamentale: «C’'era quel meraviglioso odore di olio di ricino che non esiste più. E il rumore, oggi molto attutito. Ti danno i tappi appena arrivi... E poi un sacco di gente, una menata terribile. Mai più».
Di Enzo Ferrari non ha ricordi personali. «Non l’ho mai incontrato, non è mai venuto a casa nostra. Non era un amico di famiglia». E quando le si racconta che il Drake descriveva Ascari come un uomo austero, ribatte: «Tutte storie, simpatiche invenzioni». Gli amici di casa erano altri: «Farina e soprattutto Villoresi». Su Ferrari non fa sconti: «Da quello che mi raccontava Villoresi non doveva essere tanto simpatico. Era abbastanza stronzo».
C’è invece un particolare del padre che ricorda perfettamente: la sua proverbiale scaramanzia.
«Quella è tutta vera. I gatti, le cose che portavano sfortuna.
C’era una canzone, Vola colomba, che non poteva assolutamente sentire. Quando passava alla radio cominciava a urlare: “Togliete quella roba che mena gramo!”». Patrizia ha ereditato qualcosa? «Sono abbastanza superstiziosa, ma su cose diverse. Per esempio, i gatti neri mi piacciono moltissimo».
Il passaggio ideale di testimone tra Ascari e Antonelli, con il sorpasso di Kimi proprio alla curva dedicata al padre durante il Gp d’Italia, la lascia invece piuttosto fredda. «Queste sono le favole che si possono raccontare». Molto più concreta la sua simpatia per il ragazzo della Mercedes. «Prima di lui mi piaceva Hamilton, ma poverino, è finito alla Ferrari. Ha fatto una brutta fine». E il Cavallino? «La Ferrari non vincerà mai più». Un giudizio lapidario, accompagnato dalla convinzione che Antonelli abbia avuto fortuna a trovare una Mercedes invece di una rossa.
Continua a seguire le gare, ma a modo suo. «Guardo Montecarlo, Monza.
Non Baku, per darle un’idea. Le corse sono troppo lunghe. Vedo la partenza, un po’ di gara, faccio qualcos’altro e poi torno davanti alla televisione».
Il trionfo di Antonelli ha riportato suo padre Alberto al centro dell’attenzione. «Sta diventando quasi un’ossessione.
Mi chiedono continuamente interviste, ma non so cosa sperino che racconti.
Quando mio padre è morto avevo otto anni e le gare le ho seguite poco». Forse è proprio questo il bello dei suoi racconti.
Non c’è il monumento al due volte campione del mondo, ma un padre allegro che tornava a casa con i regali e gridava contro una canzone alla radio. Un Alberto Ascari che nessuna statistica potrà mai raccontare.
