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"Gli anni '90 erano democratici. Ora viviamo la dittatura dei social"

Il tour di Max Pezzali è il più seguito dell'anno con 680mila biglietti venduti. Ieri la chiusura a San Siro con Amadeus. A dicembre i Palasport

"Gli anni '90 erano democratici. Ora viviamo la dittatura dei social"
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Max Pezzali, qualche anno fa la davano per finito: ieri sera ha chiuso il tour più venduto dell'anno: 683mila biglietti.

«Più che altro mi emoziona la risposta dle pubblico e pure dei colleghi che sono venuti a trovarmi».

D'accordo, ma perché?

«Penso per due motivi. Il primo è ovviamente il potere della memoria. Il secondo è che noi abbiamo calibrato bene il ritmo sul palco».

Il concerto si è aperto con la fase «FestivalMax» introdotta da Amadeus.

«E lui era vestito con il completo giallo che aveva nel Festivalbar del 1995. La cosa incredibile è che è proprio lo stesso: ha la stessa taglia del 1995, ci entra alla perfezione». (sorride - ndr)

Bella la parabola di Max Pezzali, 59 anni, fenomeno con gli 883 che uccidevano l'Uomo Ragno e non si sa neanche perché e poi candidato a una lunga pensione prima di ritrovarsi (con merito) di nuovo al centro della scena. Ieri in un San Siro tutto esaurito ha chiuso quindici concerti che hanno la ragione sociale delle canzoni di Max Pezzali, ossia «stessa storia, stesso posto, stesso bar» che è, d'accordo, un elogio nostalgico del passato ma anche uno strepitoso ritratto del presente per contrasto. «Ci sono ragazzini che cantano le mie canzoni durante i miei concerti anche se neppure erano nati quando le ho scritte». Ed è anche per questo che sul prato e sulle gradinate di San Siro ci sono le famiglie intere, mamme e papà che non trascinano i figli come povere vittime dei genitori ma che condividono con loro le stesse canzoni. Un raro caso di trasmissione parentale del pop. «La spiegazione che mi sto dando è che, se tornano a vedermi, è perché si sono divertiti e non è così scontato». Insomma a Pezzali è riuscito uno dei pochi miracoli che in quest'epoca non si verificano praticamente mai: invecchiare restando attuale.

Ci fa caso che è l'unico a portare negli stadi i ragazzini con l'iconografia degli anni Novanta in un'epoca in cui gli anni Novanta sono roba da «boomer» ossia vecchia?

«Il modo di socializzare di allora è uno dei grandi motivi di nostalgia. È vero, stava arrivando l'Internet ma era soprattutto analogico».

In Rotta per casa di Dio canta: «Si era detto 8 e mezzo puntuali al bar».

«Non a caso l'obiettivo del prossimo tour sarà di trasformare i palasport in bar di provincia. Al bar se arrivavi alle 9 non c'era più nessuno e ti mancava il rapporto umano con gli amici. Oggi, un po' a causa del Covid, si comunica in altro modo, magari con le chat o con i social. C'è meno fisicità nei rapporti sociali. E poi c'è un'altra considerazione».

Quale?

«Il bar, che come ritrovo è in via di estinzione, non era verticale, era democratico e generalista, non potevi parlare soltanto con chi la pensa come te ma anche con tutti gli altri. Sui social media ora ti avvicini solo a chi la pensa come te e ti isoli dagli altri».

Max Pezzali, com'è possibile che i suoi fan della Gen Z cantino testi come Gli anni con versi su persone ed epoche che non hanno vissuto? «Gli anni d'oro del grande Real, gli anni di Happy Days e di Ralph Malph»...

«Quando ho iniziato a scrivere canzoni, mi dicevano di non essere troppo specifico nei racconti e nelle immagini che usavo perché poi passavano di moda. Ma io senza raccontare il mio quotidiano non riuscivo a scrivere e non riesco neanche oggi, ho bisogno di specificità».

Quindi?

«Quindi io penso che chi guardava Happy Days si riconosca nelle mie parole. E che chi non c'era le riconosca come vere».

Non a caso la nuova serie sugli 883, in onda su Sky e Now dal 9 aprile, avrà un pubblico giovanissimo.

«E nella colonna sonora potrà ascoltare anche un mio brano inedito...».

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