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Musica

La (giusta) crociata del pop contro l’IA

Ogni giorno sulle piattaforme arrivano decine di migliaia di brani fatti con l’intelligenza artificiale. Cioè finti. La Fimi adotta “princìpi” per evitare truffe

La corsa all'intelligenza artificiale: gara aperta con Stati Uniti e Cina

No, non è un semplice segnale. È una vera chiamata alle armi per una battaglia sempre più accesa. Adottando i «Princìpi per l’idoneità delle registrazioni sviluppate con l’Ia nelle classifiche musicali ufficiali» la Fimi (Federazione Industria Musicale Italiana) ha messo sul tavolo le regole d’ingaggio verso una minaccia che, come dice il ceo Enzo Mazza, «rischia di produrre gli stessi effetti della pirateria anni fa». In sostanza l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale nella musica ha già contorni sterminati e spesso truffaldini. Ci vogliono regole, come conferma il commissario Agcom Massimiliano Capitanio, «che garantiscano un utilizzo trasparente (dell’Ia - ndr ), corretto e rispettoso dei diritti. La piattaforma Deezer ha comunicato che ogni giorno vengono «caricati» in tutto il mondo circa 60mila brani interamente realizzati dall’Ia. Spotify qualche settimana fa ha eliminato oltre 75 milioni di brani generati dall’Ia. Due dati che rendono abbastanza chiaro quale sia la portata di un fenomenoinespansione frenetica. Ed èper questo che la Fimi ha adottato questi princìpi (delineati con una coalizione di case discografiche tra le quali Sony, Warner e Universal) seguendo una linea comune in tutto il mondo perché, dopotutto, il «nemico » è comune. Per Andrea Rosi, presidente e Ceo di Sony Music Italy «è un primo passo importanteverso la stesura delle regole per la difesa dei diritti degli artisti e delle aziende che investono nel talento e nella musica originale. L’Ia, come tutte le tecnologie, deve essere a supporto della creatività, non la sua sostituzione». Attenzione, non si tratta di una guerra tout court contro l’Ia. Iprincìpi della Fimi riconoscono che «il servizio di Ia è debitamente autorizzato

e lecito» ma anche che «il brano èsostanzialmente realizzato da un essere umano» e non deve sollevare «preoccupazioni relative alla manipolazioni degli ascolti o della classifica».

Per intenderci, qualsiasi prodotto musicale per essere considerato una canzone deve essere stato creato e/o suonato almeno in parte da essere umani e non deve avere finalità truffaldine. Spieghiamoci. Le piattaforme di streaming come Spotify, Deezer, ecc. ogni mese distribuiscono una quantità di denaro a chi «produce» musica. La quantità viene ripartita sulla base del numero di ascolti. Se milioni di inesistenti creatori di musica intervengono a frazionare questa quantità, chi realmente ne ha diritto percepirà una frazione inferiore. Di poco, magari. Ma comunque minore. Si tratta di quella che qualcuno ha chiamato «inflazione creativa» eche si regola su questo semplice ma poco trasparente principio: pubblicare più brani possibile in modo che qualcuno, prima o poi, venga rilanciato dagli algoritmi e quindi inizi a «fatturare». Anche se adesso secondo i ricercatori il 93 per cento della musica interamente generata dall’Ia non riceve alcun ascolto, la Confederazione Internazionale degliAutori eCompositori (Cisac) ha stimato che entro il 2028 questo «business » potrebbe sottrarre circa 4miliardi di euro all’anno agli artisti in carne eossa. Ameno che non vengano introdotti dei limiti edei correttivi, anche a tutela degli ascoltatori raggirati. Enrico Ruggeri è inuna posizione di «totale disincanto» enon èdifficile capirne il perché: «Da più di 10 anni è partita una delegittimazione della musica fatta bene, ormai si sentono brani tra i quali non si riesce a cogliere la differenza ». Fino apoco tempo fa la nuova musica nasceva pensando al domani. Oggi nasce replicando l’oggi. Perciò, sconsolato, Ruggeri dice che «mi sembra si stia cercando di rimettere il dentifricio nel tubetto».

Oltretutto, non è un problema legato solo alla musica quindi non vale neppure il luogo comune del «chissenefrega tanto le rockstar sono piene di soldi». Riguarda o riguarderà tutti e adesso coinvolge anche Google (intasato da testi costruiti dalla Ia solo per intercettare i motori di ricerca), i social network come Instagram e Facebook (miliardi di interazioni per immagini false), Linkedin (post scritti da chatbot) e così via. Insomma, la regolamentazione della Ia «deve essereun obiettivo di tutti», spiega Enzo Mazza, anche se «chi deve intervenire in modo pesante sono le piattaforme, noi quando ci sono brani sospetti in classifica cerchiamo di intervenire con rilevamenti tecnici, per adesso è relativamente facile, ma più avanti chissà». Quindi tocca a Spotify e a tutti gli altri. Anzi, toccherebbe. E questo è il problema. Anche agli osservatori meno esperti è chiaro che, al momento, non esistano limitinécontrolli né sanzioni considerevoli. E, come si sa, senza gli uni o gli altri, la prospettiva più concreta è la truffa. Cioè la pirateria. Cioè la rovina di un settore.

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