Almeno lui non molla mai. Sempre concentrato sull’obiettivo. Rieccolo, Claudio Baglioni, pochi mesi dopo la malattia che gli ha fatto temere il peggio.
Non per nulla la polmonite interstiziale è uno spauracchio per tutti.
«Un incidente di percorso che mi ha fatto tremare».
Che cosa ha temuto di più?
«Di non poter tornare a cantare dal vivo. E ho molto rosicato».
Addirittura?
«Ma come, mi sono detto, io avevo deciso quando ritirarmi e la sorte mi fa cambiare progetti?».
In realtà è andato tutto come si sperava e Claudio Baglioni ieri si è presentato a Roma più in forma che mai. D’altronde il luogo era quello giusto: Aula Giulio Cesare in Campidoglio a Roma, poco distante dai Fori Imperiali e comunque nella zona perfetta per chi sarà re di Roma per (almeno) sette giorni visto che dal 24 ottobre al primo novembre canterà in Piazza di Siena nel bel mezzo di Villa Borghese. Ultimo concerto il primo novembre. «Voglio farlo diventare un grandissimo teatro a cielo aperto», ha spiegato lui aggiungendo scherzoso: «Ho tutti musicisti anziani quindi ciascuno di loro arriverà su di una biga». Saranno sette concerti che valgono come anteprima del tour nell’estate 2027 che si chiuderà tra un anno, esattamente il 23 ottobre, ai Fori Imperiali per quello che si candida a diventare uno degli show più affollati della stagione. Dopotutto Claudio Baglioni si è abituato ai grandi numeri prima di quasi tutti. Giusto 42 anni fa, proprio il 24 ottobre, a Piazza di Siena si esibì per 250mila spettatori nello spettacolo che poi finì nel disco dal vivo Alé-oó. «Non riesco più a capire chi fosse quello là - gioca - forse è uno che mi somiglia».
Senza dubbio da allora Claudio Baglioni ha attraversato più fasi. Tanto per capirci, ha pubblicato il disco più venduto della storia italiana, Strada facendo, che è rimasto al primo posto per sei mesi consecutivi nel 1985. È stato «sdoganato» da Walter Veltroni che in un ormai celebre articolo sull’Unità ammise che i compagni avevano sbagliato su Baglioni (anche su di lui) e che il suo pubblico, anche se non aveva il pugno chiuso, stava comunque «crescendo, pensando e vivendo». Pensate un po’ che scoperta.
E poi a Claudio da Centocelle, classe 1951, è riuscito ciò che pochi altri sono riusciti a fare: mantenere per decenni un legame a doppio filo con i propri ascoltatori. Ci sono poche «fan base» italiane così fedeli come la sua, che si muove compatta e non perde un componente per strada. E lo dimostra ogni volta partecipando ai concerti come fossero sempre riti d’iniziazione fatti di entusiasmo e commozione.
Ma è vero che in Piazza di Siena ogni sera cambierà scaletta?
«Ci ho pensato ma poi mi sono chiesto: perché dovrei farlo? Quanti sono gli spettatori che verranno a più di un concerto e potrebbero godere di questo cambio di scaletta? Pochi, tutto sommato. Io ormai non ho più il brivido di salire sul palco come quando ero un esordiente. Ma ho la paura di sbagliare e voglio fare uno spettacolo costruito bene».
Ha appena pubblicato Tau - In segno d’amore, il libro scritto con Michele Caccamo che usa come titolo il simbolo scelto da San Francesco per indicare salvezza e umiltà.
«Più che parlare del santo o farne un santino, ci siamo inerpicati nel suo cammino verso l’assoluto. Francesco d’Assisi è quasi irraccontabile perché è talmente assurdo e gigantesco quello che ha fatto. Di certo il nostro libro è una operazione antistorica...».
E perché?
«Perché è fatto con pagine intonse da tagliare. Difatti molti acquirenti lo rimandano indietro pensando che sia un errore». (sorride - ndr)
Quanto è vicino alla fede?
«Nel posto dove sono nato, quando si era ragazzi per non essere trasparente agli occhi del mondo quasi tutti diventavano fuorilegge oppure andavano all’oratorio. Io sono andato all’oratorio e a un certo punto volevo persino fare il frate. Un giorno ho detto a mia mamma: Ho sentito la voce. E lei: Ma sei sicuro?».
Evidentemente non così tanto.
«Quando sono salito per la prima volta sul palco era il 1964 ed ero nella piazza San Felice da Cantalice.Io avevo tredici anni ed ero già troppo vecchio per lo Zecchino d’Oro e allora non c’erano strade come The Voice Kids... In ogni caso cantai un brano di Paul Anka in italiano si intitolava Ogni volta, la provai tutta la settimana. Alla fine arrivai quarto o quinto e qualcuno disse che ero bravo: Ma perché non lo fate studiare?. Mia madre allora mi prese da parte e mi disse: Claudio vedi di imparare presto il pianoforte... a studiare ti si rovinano gli occhi».
Sono trascorsi decenni.
«Arrivare a 75 anni e poter dire di aver giocato per quasi tutto il tempo è una grande cosa. Dopotutto io suono e in inglese suonare si dice play, che significa anche giocare».
La prima volta che ha cantato era a Centocelle.
«E ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto chiudere la carriera lì».
