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Musica

“Le mie canzoni contro l’autocensura obbligatoria”

“Parlo per me. Sono stanco che, se scrivo il testo di una canzone, poi mi devo chiedere: Ma posso dire questa cosa o qualcuno si offende, mi insulta, mi querela?”

Paolo Jannacci, entusiasmo e genialità nel raccontare il papà Enzo

Paolo come Enzo. Caratteristiche comuni: l’ironia e il cognome. Jannacci.«Bisogna ridere dei guai anche per non piangersi addosso e guardare in faccia il dolore».

Un disco nuovo: Scimmie ovunque. Dove sono?

«Le scimmie sono i miei fantasmi e i tic collettivi».

Il fantasma più grande?

«La paura di cadere nel rituale del tutti contro tutti. Come l’uomo primitivo».

Il tic?

«L’autocensura».

Ossia?

«Parlo per me. Sono stanco che, se scrivo il testo di una canzone, poi mi devo chiedere: Ma posso dire questa cosa o qualcuno si offende, mi insulta, mi querela?. Mi capitava già quando lavoravo con mio papà. Quando lui scriveva una canzone io, che ero iperprotettivo, gli chiedevo: Possiamo dirlo?.

E lui?

«Ma Paolo, io sto dicendo la verità. E aveva ragione: un artista è da criticare soltanto quando mente. Altrimenti no».

Paolo Jannacci ha l’allure contagiosa di suo papà Enzo e gli somiglia pure tantissimo, sembra quasi tale e quale quell’Enzo Jannacci che nel 1968 arrivò al primo posto della classifica con Vengo anch’io no tu no. Ha un sorriso straripante dominato da quello che lui chiama il nasone e la sua risata è contagiosa come il ritornello di un tormentone. Però, quando parla, Jannacci Paolo classe 1972 si sposta al jazz perché mescola frasi, concetti, intuizioni, battute in completa libertà. Nei prossimi giorni, per la precisione il 16 ottobre, uscirà il suo primo disco da un po’ di tempo, si intitola Scimmie ovunque e, vivaddio!, è un disco pieno di idee che, parlando di musica d’autore, sono soprattutto racconti con una intelaiatura musicale profonda e pensatissima.

Ad esempio La faccenda dell’ammazzo intercetta il dramma dei femminicidi, mentre Respirare ancora è uno sguardo sulla tossicodipendenza e L’uomo nel lampo (scritta con Stefano Massini) affronta la piaga delle morti sul lavoro. Ma attenzione. Ogni canzone di Scimmie ovunque non è un pretesto per ottenere applausi o like, stare dalla parte giusta dei social o rientrare di diritto tra quelli che benpensano. È soprattutto il risultato di riflessioni e urgenze. Su tutto però c’è l’ironia garbata, quella che magari devi rifletterci sopra oppure aspettare che venga a cercarti lei per farsi scoprire. Insomma un disco meditato che difatti esce dopo anni di lavori, correzioni, cambiamenti, limature. Il tutto dominato ovviamente dall’ironia, che è l’esperanto dell’arte, la capacità di disinnescare anche i dolori più grandi. Ma non per negarli o far di nulla. Ma proprio per poterli vivere fino in fondo. «Anche con mio papà facevano così, ridevamo per esorcizzare i piccoli e grandi disastri che commentavamo ogni giorno».

Il brano che presenta il disco è Politically topless scritta e cantata con Elio delle Storie Tese.

«È una sorta di manifesto del pensiero. Sono stanco di autocensurarmi. D’accordo, ci vogliono educazione e tatto, non bisogna inneggiare alla violenza né fare apologie di reato. In quei casi è giusta la punizione. Ma se fai una critica divertente o intelligente allora no. Invece viviamo nell’epoca del non vorrei mai che...».

Tutti sul chi va là.

«Poi però non lamentiamoci che non ci sono più i testi delle canzoni di una volta. Vallo a dire a Vasco Rossi per la sua Colpa d’Alfredo oppure a Elio che per fortuna scrisse brani come Servi della gleba decenni fa. O dillo a mio papà che firmò Come gli aeroplani».

«Ma al posto del cervello hai solo m... che non puzza nemmeno, curiosamente».

«Ci sono versi che servono anche solo a scatenare un dibattito. Bisogna ammettere che in Italia comunque siamo messi meglio che in altri posti del mondo. Ci fossero stati Elio o Jannacci nel Wyoming, per dire, sarebbero stati bloccati subito».

Quali sono stati i suoi maestri?

«Ovviamente papà, che credeva molto nei giovani e, quando avevo 22 anni, mi ha fatto produrre un suo disco. E poi Giorgio Gaber e Dario Fo».

Lei sta girando l’Italia da anni con vari spettacoli. Come farà adesso?

«Cercherò di inserire nella scaletta dello show Jannacci arrenditi! La città ascolta quattro o cinque nuovi brani come Respirare ancora, 2 gelati o Il giorno prima».

Poi magari a furia di girare l’Italia si fermerà anche a Sanremo, anzi all’Ariston per il Festival.

«Negli anni scorsi ho mandato due canzoni che ora sono in questo disco, Scimmie e Il giorno prima. Ma la risposta non è pervenuta e non ce l’ho più fatta ad aspettare».

Ma se adesso si aprisse la porta?

«Ce l’ho un brano pronto, è un po’ matto, divertente, anche cinematografico».

Userebbe l’autotune o l’intelligenza artificiale?

«Mio padre avrebbe detto: Mi mangio sia l’autotune che l’intelligenza artificiale».

E lei?

«La domanda è: perché corrompere l’arte? Che cosa differenzia l’essere umano dall’intelligenza artificiale? L’errore. Se puoi andare in scena soltanto con l’intelligenza artificiale altrimenti non sei in grado, allora è meglio che tu non ci vada nemmeno».

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