Beatrice Rana, 33 anni, è la pianista italiana di riferimento sulla scena internazionale. Fate il suo nome ovunque siate, dal Levante al Ponente, e vedrete accendersi il volto di chi lo ascolta. All’ultimo G7, ha suonato davanti ai potenti della Terra. Era il primo concerto da neomamma, Margherita è nata il 14 maggio. La vera ripresa di attività è in queste settimane, chiusa la tournée con la Staatskapelle di Dresda diretta da Daniele Gatti (trionfi sia a Verona sia a Merano), è attesa domani 1 ottobre a Brescia e il 13 ottobre a Milano dove aprirà la stagione della Società del Quartetto.
L’aspetta una cascata di concerti in giro per il mondo. E Margherita?
«Viaggerà con me. La nuova organizzazione prevede una tata a tempo pieno. Ho bisogno di dormire tutta la notte prima del concerto».
Perché con una bimba di pochi mesi non è possibile.
«Lei è brava, però le notti come le conoscevo prima non esistono più».
La condivisione delle responsabilità educative, la preoccupa?
«È necessaria. Viaggerò con la tribù».
Al G7 andò in camper.
«Era l’unico modo per viaggiare con una neonata non ancora vaccinata, temevo l’aeroporto. Così partimmo tutti, il mio compagno alla guida, e i miei genitori. Una volta lì, siamo stati in hotel».
Lei è stata una bimba prodigio, i suoi genitori la spronavano?
«Ho amato da subito il pianoforte. È stata un’attrazione fatale, lo cercavo sempre. I miei genitori non mi hanno dovuta spingere, però, se studiavo male, arrivavano all’istante per correggermi e farmi capire come fare».
Non è il prodotto dell’educazione senza imposizioni oggi così diffusa.
«A casa mia il motto è sempre stato: prima il dovere, poi il piacere. Ho avuto una certa impostazione, cosa che apprezzo molto perché mi ha dato una struttura mentale. Ricordo chiaramente che papà quando vedeva che non si quagliava velocemente, faceva notare che era un problema».
Suonerà diretta da Gatti. È la prima volta, giusto?
«Sì, e non vedo l’ora. L’Orchestra di Dresda la conosco attraverso le incisioni, Gatti l’ho seguito in tanti concerti».
Ha suonato per il G7. Provava una sensazione diversa?
«È stata l’esperienza di una vita. In una fase storica così buia, in coda a un G7, decidere di chiudere con l’ascolto di Schubert e Ravel è stato un messaggio importante. L’idea che persone che prendono decisioni per tutti noi fossero lì, in silenzio, ad ascoltarci: è stato un forte atto politico da parte di Macron».
Ha incontrato i capi di governo?
«Tutti sono venuti a ringraziare noi musicisti. Cosa che mi ha colpito».
Trump compreso?
«Sì. Ma non se l’è presa per le foto».
Ha incontrato Giorgia Meloni?
«Abbiamo parlato a lungo durante la cena. Anche lei aveva portato la figlia, seppure non al concerto, blindatissimo».
La rappresentanza internazionale è più un onore o un onere?
«Ogni onore porta con sé responsabilità. Sono alla guida del festival Classiche Forme e consulente a Spoleto. Sento la responsabilità di lottare per colmare le lacune infrastrutturali del Paese».
È percepita come musicista vicina alla destra. Cosa risponde?
«Lo so ed è stato motivo di riflessione. La cosa non mi ferisce né mi inorgoglisce. Non capisco il bisogno di ricondurre sempre le scelte personali a una sfera politica. La musica viaggia al di sopra».
Però musicisti epocali come Maurizio Pollini hanno avuto un’identità politica molto precisa.
«Ho sempre ammirato Pollini per il suo impegno a favore di certi diritti. Ma penso che tutto questo diventasse ininfluente quando saliva sul palco. La questione è un’altra. Mi spiace vedere che ciò che viene costruito con l’amministrazione di un partito viene spesso distrutto da chi viene dopo, dall’altra sponda politica. Amministrare non vuol dire possedere. Dobbiamo andare oltre la logica del mio e del tuo. Siamo tutti di passaggio».
