Per rispetto, prima la notizia: è morto a Milano, 91enne, Silvano Larini. La moglie Viviana ha ricordato lui architetto, pittore, designer, senza precisare che era anche cassiere occulto del partito socialista di Craxi. E senza aggiungere che, Larini, non era certo e solo un personaggio da associare al «Conto Protezione» e simili e tantomeno alle sue confessioni che fecero tremare il Psi: era un uomo che sapeva vivere e, nella Milano da bere, c’erano tutte le ragioni per invidiarlo.
Le aveva tutte, Larini: straricco di suo, faccia da pirata, donne e barche, villa sull’Isola di Cavallo, cresciuto a Cernobbio, poi a Milano nel suo appartamento di 400 metri quadri di via Morigi, giovinezza in Jaguar e studente al Politecnico dove divenne l’idolo delle universitarie, soprattutto quando le difese dopo che il cardinale Giuseppe Siri si era scagliato contro le donne in pantaloni: «Proprio da un uomo con la gonna», scrisse al Mondo, «deve venire un’accusa alle donne in pantaloni». Insomma: ricco, biondo, motorizzato, con l’occhio che arpiona; poi, negli anni, fascino da signore, sempre premuroso, decisamente abile con le donne (si sposò tre volte) e organizzatore di grandi feste e cene, amico di Craxi per lontane vie paterne, uno che di politica peraltro non parlava mai. A Brera ordinava sempre J&B e, quando i locali chiudevano, tirava mattina in piazza San Marco a giocare alla lippa. Con gli anni appuntamento fisso del sabato a casa Craxi, in via Foppa, arredata moderna ma con ritratti di Garibaldi alle pareti. Il lunedì a colazione, invece, l’incontro con i più noiosi maggiorenti politici. L’ultima sposa fu Viviana Lecchi, vent’anni più giovane, ex fotomodella statuaria e classica moglie-roccia (sono rare, ma esistono) che gli stette vicinissima anche nel momento più difficile, con Mani pulite. È quella che ieri annunciato la morte di Silvano.
Il dettaglio della lippa conta quanto quello della Jaguar: si poteva essere ricchissimi e finire la notte a giocare in una piazza. C’era una leggerezza, in quella Milano, che oggi si fatica persino a raccontare senza sentirsi chiedere da che parte si sta. Larini, almeno nel vivere, stava dalla parte giusta.
Poi va bene, riduciamo tutto a cronaca giudiziaria. Il 7 febbraio 1993 si consegnò a Di Pietro a Ventimiglia, dopo mesi di latitanza in Polinesia. Raccontò delle borse di denaro portate nell’ufficio di Craxi e dei sette milioni di dollari del Banco Ambrosiano passati sul Conto Protezione, intestato a lui e messo a disposizione del finanziamento socialista. Claudio Martelli si dimise da ministro, Craxi lasciò la segreteria. Per quel conto Larini fu condannato a cinque anni e mezzo, quattro dei quali condonati. Tutto questo appartiene alla sua storia. Anche il resto, però.
La figura di Silvano Larini adagiato su un’amaca ai Tropici diverrà un tormentone del programma satirico «Avanzi», su RaiTre, perché ormai anche la tv si era impadronita dell’inchiesta come compiaciuto fatto di costume. Era diventato una caricatura e le caricature hanno il vantaggio di risparmiare la fatica di conoscere le persone. Dopo Tangentopoli si dedicò alla pittura. Viviana, nel necrologio, ha scritto: «Per sempre Viviana». Resterà indimenticabile una sua testimonianza al processo Cusani, dopo una domanda di Antonio Di Pietro che voleva sapere da Larini che cosa intendesse esattamente con «ora di cena», visto che c’era stato un passaggio di soldi; lui rispose: «L’ora di cena, per me, è all’uscita dalla Scala». Il magistrato cercava un orario. Larini gli restituì un mondo.
