Il suono della campanella. I compagni di classe. Lo zaino. Il panino a merenda. Il bigliettino passato sotto il banco. Il risveglio sempre troppo presto. Gli sbadigli dell’ultima ora. Scene di ordinaria ripresa scolastica. Una normalità scontata per gli studenti che ieri hanno ricominciato la scuola. Ma non per tutti. C’è un primo giorno di scuola che non è uguale agli altri. C’è un primo giorno di scuola fatto di applausi, sorrisi, anzi risate vere e insieme di emozione che stringe fino alle lacrime. C’è un primo giorno di scuola che non è solo l’inizio di un nuovo anno scolastico. Ma l’inizio di un nuovo pezzo di vita. Ieri mattina Leonardo, Francesca, Sofia e Keam, sopravvissuti al rogo di Crans-Montana hanno varcato la soglia della quarta D del liceo di Scienze Umane al Virgilio. Sono entrati passando dalla porta secondaria, un po’ più tardi rispetto a tutti gli altri. Hanno trovato ad attenderli quattro sedie da ufficio per essere più comodi al banco, dei ventilatori per sopportare il caldo. Ma la vera cosa speciale che hanno ritrovato da ieri è stata la normalità. Per sei lunghissimi mesi le loro giornate sono state scandite da ospedali, cure, attese, bende, dolore. Oggi tornano a essere studenti tra gli studenti. Con le giornate scandite dalle lezioni, dagli intervalli, dai professori, dai compiti di matematica. Tornano dentro una normalità, scontata, fatta di tutte quelle piccole inutili cose dove persino un’interrogazione può diventare una buona notizia. E se non basta varcare il portone di scuola per chiudere le ferite, per una volta anche la noia di una mattinata qualunque dietro a un banco può far scrivere alla fine dell’ora un messaggio: «Mamma, sto da Dio».

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