«La prima volta in cui ho pensato che mio figlio fosse santo? Quando era ancora vivo» racconta Antonia Salzano Acutis, la mamma, dopo il grande successo della fiction su Canale 5 «Il mio nome è Carlo». E domani arriva nei cinema, per restarci almeno fino al 21 ottobre, il documentario «Carlo Acutis. Il giovane santo», diretto da Luca Salmaso e dedicato al quindicenne morto di leucemia fulminante dopo una breve vita illuminata da una straordinaria santità quotidiana. Tra i testimoni del documentario, accanto alla mamma, al papà Andrea e alla nonna Luana Pennino, ci sono anche il domestico Rajesh Mohur, gli amici di infanzia Mattia e Jacopo Pastorelli, la maestra Elisa Tattanelli, Momcilo Jankovic, il medico che lo ha seguito negli ultimi giorni di vita e la studentessa costaricana Valeria Vargas Valverde, protagonista del miracolo legato alla canonizzazione. Ciascuno racconta la sua tessera di Carlo e il mosaico diventa prezioso.
Signora Acutis, che cosa la colpisce di più del documentario che arriva al cinema?
«Ho seguito il documentario e mi aspettavo un ottimo lavoro, come in effetti è. Ricostruiscono l’oggettività di Carlo e i luoghi che ne hanno formato la spiritualità. Trovo molto toccante anche la musica, che veicola le emozioni e eleva l’animo. È anche poetico. A me è piaciuto molto».
Nel documentario c’è ampio spazio per il santuario di Fatima. Come nasce il legame di un ragazzo così giovane con questo luogo di culto?
«Carlo diceva che siamo ancora nei tempi di Fatima, che le rivelazioni della Madonna sono attualissime e non si sono ancora verificate tutte. Lui recitava il rosario tutti i giorni perché la Madonna ha detto che si possono fermare le guerre. Aveva anche avuto una visione dell’inferno e parlava spesso del fatto che molte anime vanno all’inferno. Poiché aveva anche una spiritualità riparatrice, si sacrificava per la salvezza delle anime».
Che sacrifici faceva?
«Non si fustigava come nei tempi antichi. Faceva sacrifici quotidiani: rinunciava ai dolci, alla Nutella, ai videogiochi. E poi era temperante, equilibrato. Da piccolo amava i Pokemon. A 8 anni ha avuto in regalo la Playstation ma si auto imponeva di usarla un’ora la settimana. Mio marito lo chiamava l’alieno... Già allora spegneva messenger. Oggi i ragazzi usano il telefonino per otto ore al giorno. Io credo che servirebbe un patentino per i social sotto i 16 anni, perché davvero entra in casa chiunque. Ci sono adescamenti, incitazioni al male».
A quali luoghi di Milano era particolarmente legato?
«Andava spesso al parco Sempione, ai giardini di Palestro, dopo la scuola faceva due tiri di pallone davanti alla sua parrocchia, la chiesa di Santa Maria Segreta. Lì andava a Messa e faceva adorazione eucaristica ogni giorno. Aveva frequentato le Marcelline e il Leone XIII e vi era legato. Frequentava Santa Maria delle Grazie, il Corpus Domini, a volte andavamo in Duomo o in sant’Ambrogio».
Sappiamo che tifava per il Milan e che era un ragazzo sportivo.
«Era tifoso del Milan ma non era di quelli fissati. Gli piaceva vedere giocare l’Italia. Ha frequentato molti sport ma sempre in modo equilibrato: faceva tennis in via Monti, basket al Leone XIII, nuoto al San Carlo, ha fatto anche karate. Si impegnava per fare un po’ di movimento».
Si vedono molto Assisi e anche La Verna. San Francesco era il suo santo preferito?
«Era molto legato a San Francesco, tra i suoi santi preferiti. Carlo ne era molto attratto per la coerenza, la radicalità, l’amore ai poveri e alla Madonna. Francesco aveva chiesto al Signore anime. Tra i suoi santi preferiti c’erano anche san Michele arcangelo, sant’Antonio, padre Pio, i pastorelli, santa Gemma Galgani e Bartolo Longo».
Quando ha pensato per la prima volta che suo figlio fosse santo?
«Quando ancora era vivo, ho capito che c’era un disegno del Signore su di lui. L’anno in cui è morto, eravamo andati a Fatima, aveva chiesto a me e a mio marito Andrea: “che ne dite se mi faccio sacerdote?”. Il giorno del suo funerale sono accaduti due miracoli: un tumore è sparito e una donna che non poteva avere figli è rimasta incinta».
Che cosa si aspetta ancora da Carlo?
«Mi auguro che il suo esempio possa indurre al bene altri giovani. È una cosa spaventosa come si bruciano il cervello e si rimbambiscano con la cannabis e gli spinelli, ma anche con l’alcol. E poi il rimbabimento planetario per i modelli che vengono presentati da certi influencer. Lui diceva sempre: siate originali e non fotocopie».
