No, non riposa in pace Denise Cosco. E non si sa neanche dove sia sepolta. Ad Ariccia o forse a Roma. Lontano dalla sua Calabria e da Milano. Denise è la figlia di Lea Garofano, la testimone di giustizia sequestrata e uccisa nel 2009 a Milano dalla ‘ndrangheta, sciolta nell’acido e bruciata dal marito Carlo Cosco e dal fidanzato di Denise del tempo, Carmine Venturino, con altri complici, condannati in via definitiva dalla Cassazione il 18 dicembre 2014. La ragazza si è tolta la vita fa lanciandosi da casa sua ad Ariccia - dove viveva sotto il falso nome di Chiara Rossi - ed è morta dopo una lunga agonia venerdì 11 settembre. Dalle prime indagini per istigazione al suicidio della Procura di Velletri guidata da Carlo Villani si è appreso che la ragazza, dipendente del ministero della Giustizia, aveva qualche dipendenza da droghe e farmaci e soprattutto non aveva smesso di frequentare il padre Carlo, contro cui aveva deposto a processo qualche anno fa mandandolo all’ergastolo. La conferma la dà a Klaus Davi in un’intervista esclusiva (https://youtu.be/rZ_PofVsukE) realizzata a Pagliarelle, frazione di Petilia Policastro in Calabria a Domenico Cosco, nonno di Denise e padre di Carlo. «Gli scriveva e lo vedeva in carcere ad Asti più volte, noi avevamo un buonissimo rapporto, è stata qui a casa mia due anni fa. È venuta, mi chiamò lei: “Nonno voglio venire da te”. Quando ebbe il bambino le diedi 1.000 euro», rivela. A quanto risulta al Giornale non è ancora stata depositata la perizia tecnica sullo smartphone e sulla posta elettronica per esaminare i messaggi e le conversazioni scambiate con il padre detenuto.
Non sappiamo ancora se la ragazza, morta a 35 anni come la madre, abbia subito pressioni psicologiche dal padre o se è colpa delle dipendenze che avevano costretto il tribunale dei Minori a revocarle la potestà genitoriale sulla figlia di quattro anni, avuta dal compagno conosciuto in un centro di recupero e oggi affidata ai nonni paterni. Dopo la morte «nessuno ci ha avvertito, ho saputo dai giornali che Denise si era suicidata», ripete il nonno. Anche sui funerali aleggia una coltre di mistero. Dopo diversi giorni il corpo della ragazza è rimasto in obitorio, nonostante l’ok della Procura alle esequie. «C’è stata una benedizione, poi l’hanno sepolta», forse a Roma o forse ad Ariccia, ci dice una fonte. Non c’era nessuno alle esequie, né il padre che aveva fatto istanza al tribunale di sorveglianza di Torino, né la sorella di Lea Marisa. Sarebbe stata proprio la famiglia dell’uomo ad occuparsene, nascondendo il luogo e la data alla famiglia Cosco e alla zia. Eppure, stando al racconto del nonno Domenico, Denise li avrebbe voluti perché nonostante tutto aveva riallacciato i rapporti con il padre assassino. «Noi eravamo ad Ariccia quel giorno. Però siamo andati la mattina, avevamo individuato il cimitero, siamo andati ma non c’era nessuno. Poi abbiamo avvistato una chiesa là vicino al cimitero, pensammo che forse lo facevano lì, invece niente. La famiglia del compagno di Denise ci ha detto che non volevano che partecipassimo al funerale. Una crudeltà inutile, gratuita».
L’affondo della famiglia Cosco non è andato giù alla presidente della commissione Antimafia Chiara Colosimo, secondo cui il racconto «deviato e falso» che fa il nonno «è quanto di più oltraggioso possa accadere alla memoria di una testimone di giustizia», con tanto di ammonimento per la stampa: «Serve un po’ più di accortezza nelle interviste che si fanno». «L’opportunità o meno di fare interviste e inchieste non è di competenza della politica, la cosa importante è che siano riportate fedelmente le risposte e che tutte le domande siano state fatte», è la replica di Davi alla Colosimo.
«In questa vicenda ci sono tre suicidi, troppi», commenta al Giornale Nando Dalla Chiesa, il primo a sollevare interrogativi su questa morte. A morire suicida era stato in carcere a Opera Rosario Curcio, uno dei killer di Lea, e nel 2014 il padre di Carmine Venturino, Giuseppe, dopo che il figlio da collaboratore di giustizia aveva aiutato i magistrati a trovare i resti della donna. La ragazza era legata all’associazione Libera di don Luigi Ciotti che se n’è presa cura a lungo. Poi qualcosa si è rotto, lei è uscita dalla comunità e dal programma che l’aveva portata anche a Torino e a Roma, qualche amicizia sbagliata di troppo e una sensazione di abbandono potrebbero averla portata a voler rivedere il padre. «C’è una filiera sterminata di responsabilità istituzionali su questa vicenda», è l’amaro commento dell’esperto antimafia milanese. Colpa, a suo dire, di alcune persone che forse hanno sottovalutato il pericolo nascosto in una relazione con il padre che la ragazza ha intrecciato e di cui qualcuno sarebbe dovuto essere informato: «C’è troppa ignoranza sul fenomeno ’ndrangheta».
La versione della famiglia Cosco è opposta: «Il programma di protezione è stata la sua rovina, gli inquirenti ce l’avevano con lei perché voleva stare col padre, perché è andata a trovarlo anche con il bambino, facendoglielo vedere», ripete il nonno. Eppure Denise sapeva che era stato il padre a uccidere la madre. Perché questo riavvicinamento? Secondo il nonno la ragazza avrebbe persino voluto riappropriarsi della propria identità e per questo aveva incaricato un legale romano, lasciando l’avvocato Enza Rando, parlamentare Pd che l’ha accompagnata in questi anni, quando Libera l’ha esibita come la testimone vivente che dalla ’ndrangheta e da una famiglia mafiosa è possibile affrancarsi. Al telefono con il Giornale la Rando, a cui l’intervista con il nonno di Denise non è affartto piaciuta, non nega che la ragazza potesse davvero aver chiesto di fare istanza al programma di protezione per tornare a farsi chiamare Denise Cosco. «A me non l’ha chiesto, potrebbe averlo fatto da sola o potrebbe esersi rivolta a un altro legale ma non sio chi sia». Non c’è una verità di Stato da contrapporre a quella dei Cosco. Non sappiamo ancora perché questa ragazza si è tolta la vita, schiacciata in una vita dove il destino l’ha confinata, con un papà assassino impossibile da condannare ma anche da amare e con uno Stato che non l’ha protetta neanche da se stessa.
