Ci sono donne e uomini che muoiono per la pace senza aver mai gridato uno slogan. Indossano una divisa, il tricolore cucito sulla manica e svolgono il loro dovere lontano da casa, dove la guerra ha lasciato ferite che il tempo non riesce a rimarginare. Quattro di loro hanno perso la vita in Bosnia, nell’incidente di un elicottero militare italiano impegnato nella missione di pace Eufor. Erano lì per contribuire a garantire la pace. E sono morti. Questa tragedia dovrebbe interrogare soprattutto chi scende in piazza invocando la pace e qualche volta trasforma quella parola in una giustificazione della violenza.
Perché esiste una contraddizione che non possiamo continuare a ignorare.
Si manifesta contro la guerra, si invoca il no alle armi, si rivendica il diritto alla pace. Poi qualcuno lancia pietre, aggredisce poliziotti, devasta le strade. Come se la violenza diventasse legittima quando pretende di combatterne un’altra. Come se la nobiltà della causa potesse assolvere la brutalità dei mezzi. Il diritto di manifestare è una conquista della democrazia. Va difeso sempre, soprattutto quando esprime dissenso.
La violenza, invece, ne rappresenta la negazione. Perché sostituisce alla forza delle idee la prepotenza dei gesti. E allora bisognerebbe chiedere a quei ragazzi di guardare verso queste nostre vittime, alle famiglie che li aspettavano.
Non erano lì per conquistare un territorio, ma per custodire una pace difficile, costruita sulle macerie di una guerra. La pace non è uno slogan. È una responsabilità che può costare la vita a chi la difende. Si può contestare una missione militare, criticare un governo, rifiutare una guerra. È il fondamento stesso della libertà democratica. Non si può pretendere di rappresentare la pace mentre si esercita la violenza contro altri cittadini, magari contro uomini che indossano una divisa. Queste vittime ci ricordano una verità che abbiamo dimenticato: la pace non appartiene a chi la grida più forte. Appartiene anche, e soprattutto, a chi lavora in silenzio perché gli altri possano viverla.
