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Nazionale

Molotov, divisa nera e sassi nelle borse, cos’è il “blocco nero” della Val di Susa: “Sono terroristi”

Per lo più francesi ma anche italiani, spagnoli e tedeschi: è questa la composizione del gruppo oltranzista che ha assaltato i cantieri

Quanto visto in Val di Susa sabato sera è quasi un unicum nel panorama italiano. Si è trattato di un vero e proprio assalto armato alle forze dell’ordine, che hanno contenuto a stento l’azione dei violenti. Ma chi c’era nel gruppo del “blocco nero”? Il Corriere della sera sostiene fossero in larga parte francesi ma non mancavano gli italiani e gli esponenti tedeschi e spagnoli: in Val di Susa si sono concentrati nelle scorse ore gli esponenti più violenti delle frange antagoniste europee con l’unico obiettivo di scatenare la guerriglia contro le forze dell’ordine perché tutto questo, con le proteste No Tav, non ha nulla da spartire. Anche se dagli ambienti più oltranzisti del movimento pare sia stata apprezzata particolarmente l’azione del blocco nero, che ha preso la testa del corteo quando ormai era arrivato a Chiomonte, dove si sono registrati gli scontri più violenti.

“Un attacco simile non si vedeva da anni, forse non si era mai visto”, sostengono alcune fonti de Il Giornale. Una considerazione che un suo fondamento preciso nelle modalità ma anche nelle armi utilizzate, perché ci sono testimonianze fotografiche di bottiglie di plastica da mezzo litro riempite di alcool e con l’innesto di petardi: molotov artigianali ma dal potenziale distruttivo enorme, come si è visto con i 4 mezzi delle forze dell’ordine incendiati. Gli assalitori avevano con sé anche le fionde e nelle grosse borse hanno messo i sassi di scorta da scagliare, oltre ai razzi, alle bombe carta e all’arsenale artigianale ma molto potente. Avevano anche gli ombrelli per impedire le riprese dall’alto.

“In Val di Susa non c’erano manifestanti ma terroristi, pronti a tutto e a uccidere. Hanno attentato alla vita di tantissimi poliziotti: noi eravamo lì a proteggere una struttura importante per questo Paese. Questi terroristi, perché solo così si possono definire, hanno attentato alla vita di un popolo, hanno utilizzato qualunque cosa potevano trovare: bombe carta, tanta benzina. Qui non si può più andare in strada e rischiare la vita in questo modo, bisogna che lo Stato abbia la mano ferma e finisca di essere flebile nei confronti di questo Paese: è ora di dire basta”, ha dichiarato Pasquale Gresi, sindacalista di Fsp-Polizia di Stato che ieri era presente nei luoghi degli scontri.

“Prima si chiamavano black block, poi hanno cambiato nome ma sempre loro sono, sempre la stessa organizzazione criminale che spudoratamente e con la copertura di certi ambienti attacca sfrontatamente lo Stato, nella persona fisica degli uomini in Divisa. Non cercano i politici, non vogliono fare quello che hanno fatto in passato le brigate rosse e altri gruppi terroristici, cercano semplicemente la gloria di uno scenario di guerra con l’obiettivo di fare il morto tra le Forze dell’Ordine”, sono le parole di Andrea Cecchini, del sindacato Italia Celere, che fa un appello ai media: “I telegiornali e i media parlano di ‘scontri’. No, chiamate le cose col nome giusto, non ci girate attorno, per favore. Questo è terrorismo. E, se potete, scrivete anche che noi delle Forze dell’Ordine siamo esausti e ci mobiliteremo: morire per dovere di Stato sì, ma morire per far stare zitti gli imbecilli del politicamente corretto no”.

Fonti della polizia ci hanno mostrato alcune immagini di indumenti lasciati alla stazione di San Didero dove ieri le forze dell’ordine hanno circondato i gruppi che stavano salendo ai cantieri: pantaloni e giacche nere, maschere, caschi, anfibi e abbigliamento adatto ad un travisamento estremo. È stata una guerriglia, anzi guerra come dicono alcuni agenti che ben conoscono quei movimenti e quelle strategie: perché di questo si tratta. I gruppi erano organizzati con linguaggio criptato, gesti e segni che si scambiavano tra di loro per coordinare l’azione attorno ai cantieri dell’Alta Velocità. È stato un assalto programmato e studiato nei minimi dettagli, sfruttando i vantaggi che offrono i boschi circostanti i cantieri, dove in più occasioni, nei momenti di pausa, pare che si siano ritrovati per ripassare il territorio e i movimenti di attacco, persino con l’uso delle mappe dell’area. Ridurre il tutto a “scontri”, in questo caso, è riduttivo.

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