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Omicidio Diabolik, in manette sette presunti mandanti: “Azione con metodo mafioso”

L’indiziato principale è Michele Senese, che secondo gli investigatori avrebbe fornito l’assenso preventivo determinante all’uccisione

Parco degli Acquedotti luogo omicidio di Fabrizio Piscitelli ''Diabolik'', Roma 10 agosto 2019. ANSA/GIUSEPPE LAMI

A 7 anni di distanza, l’omicidio Fabrizio Piscitelli, noto come Diabolik, è arrivato alla svolta definitiva. I carabinieri del Nucleo Investigativo e i poliziotti della Squadra Mobile, su delega dei pm della Direzione Distrettuale Antimafia, hanno arrestato 7 persone accusate, a vario titolo, dell’omicidio che si consumò al Parco degli Acquedotti di Roma. L’Indiziato principale come mandante apicale è Michele Senese, storico capo dell’omonimo clan, che, secondo gli inquirenti, avrebbe fornito l’assenso preventivo determinante per l’uccisione di Piscitelli.

In base a quanto emerso dalle indagini condotte fino a questo momento, l’uccisione di Diabolik sarebbe servita a riaffermare il potere del clan sul proprio affiliato che, resosi autonomo nel traffico di stupefacenti insieme a Fabrizio Fabietti, rifiutava di corrispondere la dovuta quota sui profitti delle sue attività illecite, versando somme irrisorie. Stando a quanto emerso, Diabolik avrebbe versato non più di 3.000 euro mensili a fronte di guadagni molto cospicui. Leandro Bennato, attualmente indiziato quale mandante e organizzatore, era al vertice del gruppo criminale operante su tutta la città di Roma con propaggini che dall’estrema periferia di Tor Bella Monaca, zona sud est della Capitale, si prolungano sino a quelle di Casalotti/Primavalle, quadrante opposto della città: lui avrebbe deliberato l’eliminazione di Piscitelli per estrometterlo, considerandolo un concorrente scomodo sul mercato della cocaina e conquistare il controllo criminale della zona della Tuscolana.

Sarebbe stato proprio Bennato a organizzare la logistica, effettuando personalmente anche i sopralluoghi preliminari. Il giorno dell’omicidio, invece, avrebbe fornito supporto diretto guidando uno scooter rubato. Tra gli altri indiziati c’è anche Alessandro Capriotti, che avrebbe avuto il ruolo di gancio e mandante: è un noto broker di cocaina, che avrebbe agito in concorso concordando la trappola per Diabolik. Capriotti avrebbe infatti fissato un appuntamento fittizio con Piscitelli presso la panchina del parco alle ore 19.00 del 7 agosto 2019, attirandolo scientemente dove si trovava il sicario, già travestito da runner e appostato nell’area.

Il contrasto tra Capriotti ed il gruppo capeggiato da Piscitelli risalirebbe a due distinte truffe commesse dal Capriotti (soprannominato “il Fornaro” o ‘”l Miliardero”) nell’acquisto di carichi di cocaina da fornitori albanesi: nel 2016 per un totale di 14 kg e un valore di 420.000 euro e nel 2018 per un totale di 10 kg. Piscitelli, storicamente legato ai broker albanesi, si era inserito con violenza nella vicenda per esigere con la forza il pagamento del debito non onorato di 300.000 euro. Lo scontro è giunto al suo apice nel febbraio 2019, quando Arindi Boci ed Enea Carka, su mandato dello stesso Piscitelli, avrebbero eseguito un violento attentato intimidatorio esplodendo quattro colpi di fucile d’assalto mitragliatore AK-47 (Kalashnikov) contro la porta d’ingresso della villa di Capriotti a Rocca di Papa. Qui Capriotti avrebbe maturato l’uccisione del rivale e chiesto protezione a Giuseppe Molisso. Dopo l’uccisione di Diabolik si è innescata una prevedibile faida, durante la quale i fedelissimi di Piscitelli, riconducibili alla fazione albanese guidata da Elvis Demce, avrebbero avviato una fitta attività di ricerca e pedinamento per individuare e uccidere i mandanti, individuati fin da subito dagli ambienti criminali in Molisso e Bennato. Questa faida ha portato a diversi tentati omicidi: Molisso, Bennato, Fabietti, Matteo Costacurta.

Tutte le persone per le quali è stata disposta la custodia cautelare in carcere sono gravemente indiziate, a vario titolo, di omicidio aggravato con metodo mafioso, estorsione con armi da guerra, tentato omicidio e associazione finalizzata al narcotraffico. Si è trattato di un’azione con il metodo mafioso finalizzata ad agevolare il clan Senese, egemone nell’area in cui il delitto è stato consumato, scrive il gip. L’omicidio, spiega ancora il giudice, ha generato nel territorio romano un diffuso clima di assoggettamento e omertà, palesato dall’evidente reticenza dei testimoni oculari e dei sodali più stretti della vittima.

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