A Pordenone, nel Nord-Est ricco e distratto, il prosciutto di San Daniele finisce in esilio. Anzi, sotto un burqa ideologico. Nelle mense scolastiche il maiale arretra, avanzano curry e cous cous. Non ce l’ho col cous cous: ce l’ho con l’idea che per rispettare una tradizione si debba cancellarne un’altra. La chiamano inclusione. È la prima dieta in cui a dimagrire è la libertà.
Se un bambino musulmano non mangia maiale, è giusto offrirgli un’alternativa. Ma perché il compagno dovrebbe rinunciare al prosciutto? Il rispetto è reciproco o è soltanto un obbligo degli italiani?
Intanto gli studenti piantano tende e la Cgil di Landini finanzia le sigle che animano la protesta. Manifestazioni spontanee, certo: come i funghi dopo la pioggia, purché qualcuno paghi l’annaffiatoio. E nelle piazze dove si inneggia al 7 ottobre l’antifascismo diventa la maschera grottesca dell’antisemitismo.
E le moschee irregolari? Spuntano ancora. A Padova è nata una Camera arbitrale che richiama la sharia. Non è un tribunale dello Stato, ma il problema politico esiste: in Italia la legge comune non può diventare l’ultima voce del menu.
La sinistra preferisce voltarsi. Chi protesta è razzista, chi dissente genocida. Così, tra un prosciutto cancellato e Hamas applaudito, lo Stato liberale rischia di scoprirsi straniero a casa propria.
