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“Volevo aiutare, mi hanno picchiato”. Parla l’uomo in t-shirt bianca del video di Fakir

È un kosovaro che è stato costretto a lasciare il quartiere a seguito delle minacce, ma lì ci sono ancora i suoi figli che “vivono isolati” con l’ex moglie: “Sto pensando di andarmene dall’Italia”

Bologna, la verità dalla bodycam. Il video inizia col pugno di Fakir

Il 19 luglio 2026 ha cambiato la traiettoria della vita di molte persone, a partire da Abderrahim Fakir, il marocchino morto durante l’arresto per cause ancora da definire. I risultati dell’autopsia ancora non sono stati resi noti ma per il suo decesso sono indagati i due agenti che sono intervenuti quella domenica mattina nel quartiere del Pilastro di Bologna su richiesta dei residenti, preoccupati per il comportamento dell’uomo. Qualcuno ha anche registrato i momenti finali del fermo del marocchino e in quelle immagini si vede un altro uomo in t-shirt bianca, che tiene fermi i piedi di Fakir durante il fermo per agevolare il lavoro e contribuire a calmarlo. Ma purtroppo dal quel momento la sua vita è cambiata ed è stato costretto a lasciare il quartiere.

“Stavo dormendo e alle 10.45 sono stato svegliato da un uomo che urlava e stava male. Non avevo mai incontrato Fakir ma quando mi sono affacciato ho visto che si stava facendo male, sbattendo la testa nello spigolo delle scale del cortile. Dopo sono arrivati gli agenti, provavano a tranquillizzarlo. Non ho visto cattiveria. Lui però era agitato, in stato di sofferenza fisica. Allora i poliziotti, vedendomi dalla finestra, mi hanno chiesto di portare per lui un po’ d’acqua”, ha dichiarato l’uomo, di origine kosovara, a La Repubblica. “Fakir ne beveva un po’, e dopo la buttata via. Stava male, ma non era violento. A quel punto è arrivata una macchina, di alcuni miei vicini di condominio, lui l’ha urtata e poi si è buttato verso l’auto e poi verso il guidatore. Ma semplicemente perché non stava in piedi e perché stava male, non con violenza. Ma i poliziotti, per evitare il peggio, lo hanno fermato. Forse avevano paura che ne potesse nascere una lite”, ha spiegato ancora.

“Prima di me c’erano due ragazzi del Marocco che collaboravano con gli agenti e che non stanno avendo nessuna delle conseguenze che sto subendo io. Poi, dopo che si sono allontanati, le forze dell’ordine hanno chiesto a me, in modo spontaneo, di aiutarli: tenendolo fermo per bene dato lui che non si calmava. Io l’ho fatto, quasi per un senso di generosità”, ha proseguito per sottolineare che non è stata sua l’iniziativa. E quando parla di “conseguenze” si riferisce alle minacce di morte che ha ricevuto dopo quell’episodio: “Ti spacchiamo la testa”, “Devi sparire”. Alcuni vicini, che evidentemente hanno a cuore la sua incolumità, gli hanno anche detto: “Vattene perchè ti fanno la pelle”. E ci hanno anche già provato perché, spiega, “mi hanno anche picchiato”.

Da quando sono circolate le immagini, ha spiegato, “non ho avuto un attimo di tregua. Mi hanno minacciato subito i residenti, e le persone più fidate mi hanno chiesto di allontanarmi dal quartiere”. Ha dovuto anche rinunciare ad alcuni lavori saltuari in un ristorante della zona e quando torna al Pilastro per vedere la madre e i suoi tre figli, che vivono con l’ex moglie, ha paura. E teme anche per i bambini perché, dice, “anche loro per ora vivono in isolamento”. Non è indagato ma, dice, “sto pensando di lasciare il Paese, nonostante io sia una persona pulita che non ha fatto niente di sbagliato. Non spaccio, non rubo, non ho mai ammazzato nessuno”. Ha chiesto anche aiuto ai parenti di Fakir per “convincere chi mi vuole fare del male che non c’entro niente”. Ma il clima a Bologna, purtroppo, ora è questo.

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