«No alla centrale a carbone anche se perdiamo il lavoro»

A Rossano non vogliono la riconversione dell’impianto: a rischio agricoltura e turismo

Guido Mattioni

nostro inviato a Rossano Calabro (Cosenza)

Leggi il nome - Rossano - e ti vien da pensare che qui siano tutti «compagni». Poi parcheggi in piazza Steri e quasi te ne convinci: in pochi metri quadrati vi si affacciano le sedi di Rifondazione, dei Ds e dei Comunisti italiani. Una accanto all’altra. Sembra la Toscana, eppure non lo è. Qui l’unico rosso a brillare è quello del peperoncino, vanto locale e infuocata quanto invasiva presenza a tavola, eccezion fatta che nel caffè. E il vermiglio politico? Quello ormai stinge sotto il sole, dato che da oltre un decennio, per l’esattezza dal 1993, l’amministrazione cittadina è in mano al centrodestra.
Così ti prepari mentalmente, fai un rapido «reset» del cervello e cominci a capire che in un paese dove il sindaco di area An, Orazio Longo, ha un portavoce che di nome di battesimo fa Lenin, governa con il nuovo Psi e si vede fare opposizione anche dall’unico eletto di Forza Italia, le cose non vanno proprio così come sarebbe canonicamente prevedibile pensare. Piuttosto, al contrario. Ribaltando, in un modo che risulta oggettivamente spiazzante, ma in fin dei conti divertente, consolidate logiche politiche e schemi precostituiti.
Succede anche per uno dei temi più caldi della zona. Forse il più caldo: la centrale dell’Enel, un gigante di metallo che non puoi ignorare, affacciato sul mare in località Cutura, sulla statale 106 bis, tra Rossano e Corigliano. Entrato in attività nel ’76 e funzionante a olio e metano, così com’è - sostiene l’azienda - non ha un gran futuro. I costi di produzione sono troppo elevati. Tempo un anno, o due, e si ridurrà a centrale di riserva per rifornire la rete in caso di bisogno o durante i lavori di riconversione delle sue «sorelle» più economicamente vantaggiose.
Così l’Enel, il 5 aprile di quest’anno, ha presentato al consiglio comunale di Rossano un progetto di riconversione dell’impianto a carbone. Mettendo sul piatto, in cambio, un pacchetto oggettivamente interessante: un investimento di 1.100 milioni di euro; un’occupazione media, in fase di cantiere, di mille persone (con punte di 2mila) per quattro anni; la conservazione degli attuali 210 posti di lavoro nella centrale (ai tempi d’oro erano 400) più una quarantina nelle ditte esterne; e infine la previsione di altri occupati nell’indotto. Un’esca ghiotta, insomma.
Ma il consiglio comunale, all’unanimità, ha risposto invece con un maiuscolo «No» che tuttavia ha le sue ragioni. «Il progetto di riconversione del 1998, contenuto in un decreto ministeriale - spiega il sindaco Longo - prevedeva entro il 2000 una riconversione diversa, a ciclo cosiddetto “combinato”, ovvero a solo metano. E su quel progetto eravamo tutti d’accordo, anche l’opposizione, perché si sarebbe trattato di energia prodotta con un combustibile pulito. Ma l’Enel, per scelte aziendali autonome, non condivise da noi, ha deciso per il carbone, in quanto meno costoso», sottolinea il primo cittadino.
Scuote la testa Attilio Guido, sindacalista della Fnle Cgil, la Federazione nazionale lavoratori energia, che da sinistra difende il progetto di riconversione. «Il nostro vero rammarico - spiega - è che una discussione vera, di merito, su vantaggi e svantaggi, non c’è stata. Si sono invece venuti a creare schieramenti a priori, a prescindere: elettorali da un lato, pregiudiziali dall’altro. Io ammetto che una centrale a carbone non è una fabbrica di margherite, ma non dimentichiamo che qui non siamo a Milano, che qui c’è fame di lavoro e che prima di dire “No”...»
Il sindaco respinge però l’accusa di decisione aprioristica. «Premesso che la centrale, già così com’è ora, ha comunque rappresentato un freno a un adeguato sviluppo turistico della zona e ha diviso due comunità confinanti come Rossano e Corigliano... beh, premesso questo, io non mi sono certo mai nascosto che l’impianto sia tutt’ora il maggiore datore di lavoro locale, dopo l’amministrazione comunale (i “municipali” sono 400, uno ogni cento abitanti, ndr)», ribatte Longo. Che aggiunge: «Io ho sempre detto, invece, che prima di prendere una posizione netta vadano sempre valutati i pro e i contro. E infatti i numeri occupazionali e di investimento dell’Enel meritavano un’attenzione particolare e non una posizione di partito preso».
E infatti l’Enel, nella persona dell’allora amministratore delegato Paolo Scaroni, il 5 aprile scorso era scesa fino a Rossano per presentare il progetto. «Ma dall’esame che ne abbiamo fatto - racconta il primo cittadino - abbiamo compreso che non sarebbe stato compatibile con lo sviluppo che intendiamo dare alla città e al territorio. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, poi, era la previsione di un pontile a mare lungo 350 metri, alto 8 e largo 50 per lo scarico delle navi carboniere, con la previsione di 300 attracchi l’anno. Qualcosa di incompatibile con le due cose a cui teniamo di più, lo sviluppo del turismo e quello di un’agricoltura di qualità. Invece, in simili condizioni, tutti i frutti della terra che crescano entro un diametro di 18 chilometri dalla centrale non potrebbero avere il riconoscimento di “prodotto biologico”».
Il «No» dell’amministrazione comunale, ribadisce in buona sostanza il sindaco, non è frutto di un preconcetto, «ma della convinzione che si deve fare tesoro dell’esperienza del passato per non commettere altri errori nel futuro. Anche se quella centrale a carbone dovesse essere la migliore delle centrali a carbone possibili, diremmo ancora No», insiste convinto. Imitato del resto, lui di An, anche dall’amministrazione provinciale di centrosinistra. E infine da quella regionale, anch’essa del medesimo colore, che ha fatto proprio il preesistente piano energetico (e via col trasversalismo!) firmato dalla vecchia giunta di centrodestra. Piano che vieta l’utilizzo del carbone.
Tre «Niet» delle pubbliche amministrazioni interessate che hanno indotto l’amministratore delegato Scaroni (mancavano però soltanto 48 ore al suo trasloco, con identica carica, al vertice dell’Eni) a dire: o passa il nostro progetto o la centrale di Rossano sarà condannata a un futuro di regime «a freddo», chiamata cioè a funzionare unicamente in caso di bisogno. E tre «Niet» che hanno indotto il ministero delle Attività produttive a riconvocare per approfondimenti la Conferenza dei servizi. Ma la data è ancora da destinarsi.

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