Anche l’intelligenza artificiale finisce dentro il laboratorio delle nuove categorie identitarie. Alla University of California di Santa Barbara cercano un assistant professor che studi IA e media attraverso approcci “racial, gender, queer”, globali, ambientali e più in generale “critici”.
L’annuncio arriva dal dipartimento di Film and Media Studies, che inizierà a valutare le candidature il 6 novembre. Il profilo ricercato dovrà occuparsi non tanto del lato “puramente tecnico” dell’intelligenza artificiale, quanto delle sue implicazioni culturali e sociali: tra i filoni indicati ci sono i “critical algorithm studies”, l’economia politica, gli studi sul lavoro e la ricerca sui media generativi.
Come racconta The College Fix, la posizione è collegata anche alla Media Industries and AI Research Initiative del Carsey-Wolf Center. Tra i progetti già finanziati ce n’è uno dedicato ad approcci “feminist and community-centered” alla governance dell’IA, con tanto di “Data Feminism Bias Reporting Tool” per individuare omissioni e distorsioni nei dati.
Il dipartimento, del resto, segue questa linea da tempo. Nel 2026 ha proposto un corso su “Gender and Sexuality in Film”, mentre per il 2027 è previsto “Feminist Media”, dedicato ad approcci femministi, queer e decoloniali. Nel 2025 era stato invece attivato “Race and/in AI”, che analizzava l’intelligenza artificiale come strumento di “sorveglianza, policing e racialization”.
A criticare la scelta è Corey DeAngelis, ricercatore dell’Heritage Foundation, secondo cui le università pubbliche rischiano di privilegiare cornici ideologiche rispetto alle competenze tecnologiche. “Questo approccio produce laureati immersi nell’ideologia invece di persone capaci di costruire, valutare o utilizzare responsabilmente la tecnologia”, ha dichiarato al portale a stelle e strisce. Insomma, mentre l’intelligenza artificiale corre, nei campus americani c’è già chi si preoccupa che sia anche abbastanza queer, femminista e decoloniale.
