Quando ho letto credevo fosse una notizia satirica, tipo quelle di Lercio. Invece no, è seria. Sentite qua: Maurice Lévy, presidente di Publicis, ha chiesto a Francia e Germania di guidare un fondo europeo da 100 miliardi di euro per l’AI, sostenendo che le aziende europee sono troppo esposte ai provider statunitensi e citando il caso Anthropic come esempio di accesso che può essere interrotto “da un giorno all’altro”. L’Europa è indietro? Sì. La proposta di Lévy? In teoria, in pratica è una barzelletta.
Cosa ha fatto l’Europa in questi anni sul fronte dell’Intelligenza Artificiale? La regolatrice. A tal punto che ogni Big Tech si è dovuta scontrare con norme, principi, avvertimenti, procedure, comitati, linee guida, anche molte cose giuste, solo che stai regolando ciò che usi e non hai costruito. Per carità ci sono molte startup un po’ ovunque, piene di fiducia e anche con qualche finanziamento europeo, destinate a finire nel nulla. Immagino sempre se Steve Jobs e Bill Gates fossero nati in Italia, e negli anni Settanta avrebbero cominciato a smanettare nei loro garage. Dopo venti anni Apple o Microsoft sarebbero stati dei negozi di computer, nello stesso garage.
Cento miliardi per l’AI? Anzitutto non è chiaro a chi andrebbero, ci sarà un concorso? A parte questo, se cento miliardi vi sembrano tanti, sappiate che non sono niente. Prendiamo quattro Big Tech americane: Microsoft, Alphabet, Amazon e Meta, i loro investimenti legati all’AI nel solo 2026 sono stimati tra i 600 e i 650 miliardi. Solo nel 2026, e solo le quattro citate. In sostanza il fondo ipotizzato varrebbe circa un sesto della spesa annuale di quattro Big Tech americane.
Tuttavia il conto non finisce qui: OpenAI ha annunciato Stargate, un progetto da 500 miliardi in quattro anni per infrastrutture AI negli Stati Uniti, con 100 miliardi da dispiegare subito. Anthropic ha raccolto 30 miliardi in un solo round nel 2026, Google ha previsto fino a 40 miliardi di investimento in Anthropic, e Anthropic avrebbe preso impegni per 200 miliardi in cinque anni con Google Cloud. Con cento miliardi non è che partiamo svantaggiati e in ritardo in una maratona tecnologica, facciamo appena un passo mentre gli altri ci hanno già doppiato dieci volte. Ripeto: metteremmo in un anno quello che quattro aziende già avanzatissime stanziano in meno di due mesi.
Lo stesso schema si vede nella difesa. Gli Stati europei stanno aumentando le importazioni di armi: secondo SIPRI, tra il 2016-20 e il 2021-25 le importazioni europee sono cresciute del 210%, e quasi metà delle armi trasferite agli Stati europei, il 48%, è arrivata dagli Stati Uniti. Perché tutto questo è collegato anche con l’AI?
Perché non compriamo fucili da deposito o ferraglia militare. Compriamo sistemi complessi: aerei, missili, radar, sensori, apparati di comando, reti, manutenzione, aggiornamenti, software, diagnostica, interoperabilità. La difesa contemporanea è già digitale: un caccia è un computer volante, un sistema antimissile è calcolo, radar e algoritmo, un drone è sensori, trasmissione dati, software e guerra elettronica. Per questo il ritardo sull’intelligenza artificiale non è un settore separato: è il sintomo dello stesso ritardo strategico.
Prendiamo l’F-35, tanto per farvi un’idea. Non è un aereo con un po’ di elettronica a bordo, è una piattaforma software volante, prodotta da Lockheed Martin, dentro un programma americano da oltre duemila miliardi di dollari nel ciclo di vita. Il suo valore militare dipende dai sensori, dalla fusione dei dati, dai software di missione, dagli aggiornamenti, dalla diagnostica, dalla manutenzione digitale, dai pacchetti di modernizzazione come TR-3 e Block 4 (aggiornamenti hardware e software necessari alla modernizzazione dell’aereo), dai sistemi logistici come ALIS prima e ODIN poi.
Insomma l’aereo può essere comprato da un Paese europeo, può decollare da una base europea, può avere un pilota europeo, ma una parte decisiva del suo cervello resta dentro una infrastruttura tecnologica, industriale e contrattuale americana. E noi facciamo due cose, per tornare al punto: puntiamo cento miliardi per una nostra AI che non userà nessuno. E, ciliegina sulla torta burocratica, blocchiamo perfino l’intelligenza artificiale di Siri nei nostri iPhone siccome non è conforme alle nostre regole (in Europa la nuova Siri AI di iOS 27 non arriverà su iPhone e iPad al lancio proprio per lo scontro tra Apple e Digital Markets Act).
Che è una perfetta esemplificazione di quello che siamo: gli americani utenti Apple dialogheranno con Siri AI: la nostra, salvo accordi, continuerà a dire “non so se ho capito bene”. E questa volta, pur non sapendolo, avrà ragione, meglio che non capisca bene.