Né auto elettriche né smartphone. La nuova e ultima frontiera tecnologica sulla quale sta puntando la Cina coincide con le interfacce cervello-computer, o BCI. Cosa sono? Sistemi capaci di leggere i segnali prodotti dal cervello degli esseri umani e trasformarli in comandi per computer, protesi e altri dispositivi. L’obiettivo di Pechino è in primis medico: restituire movimenti e autonomia a persone paralizzate. Eppure c’è chi ipotizza che dietro questa corsa si nasconda qualcosa di più ambizioso.
Il momento d’oro delle interfacce cervello-computer
La Cina sta cercando di recuperare terreno rispetto a Neuralink, la società fondata da Elon Musk nel 2016 che negli ultimi anni ha portato le BCI impiantabili al centro dell’attenzione internazionale.
Il governo di Pechino ha inserito le neurotecnologie tra le industrie del futuro nel nuovo piano quinquennale e ha iniziato a costruire intorno al settore una vera filiera, sostenendo aziende, università e ricerca.
Nel 2024 sono state introdotte linee guida etiche per la ricerca sulle BCI, mentre nel 2025 sono arrivati codici e tariffe ospedaliere destinati a facilitarne l’impiego medico. Di recente, inoltre, la Tianjin University ha avviato il primo corso universitario al mondo dedicato specificamente alla tecnologia BCI.
Le prime BCI impiantabili
Il salto più importante è arrivato lo scorso marzo, quando la Cina è diventata il primo Paese ad autorizzare per uso commerciale un dispositivo medico BCI impiantabile. Si tratta del sistema NEO, sviluppato da Neuracle Medical Technology, che utilizza elettrodi collocati all’interno del cranio ma all’esterno del tessuto cerebrale.
Come funziona? I segnali generati dal paziente vengono decodificati e trasformati in comandi per una mano robotica o un guanto pneumatico, consentendo a persone con lesioni al midollo cervicale di recuperare parte della capacità di afferrare oggetti. Il dispositivo, che sarebbe stato autorizzato dopo sperimentazioni cliniche, punterebbe a pazienti adulti con paralisi stabile.
A cosa punta Pechino
Pechino non sta puntando soltanto sugli impianti. La strategia cinese comprende sistemi invasivi, semi-invasivi e non invasivi, con l’idea di portare le BCI anche fuori dagli ospedali.
Come ha ben raccontato la rivista Wired, il piano governativo del Dragone prevede 17 misure per accelerare ricerca, standardizzazione, produzione e applicazione della tecnologia, con obiettivi di nuove scoperte entro il 2027 e di una capacità industriale competitiva a livello internazionale entro il 2030.
Nel primo semestre del 2026 il settore cinese ha inoltre raccolto oltre 4,6 miliardi di yuan, circa 679 milioni di dollari, attraverso più di 33 operazioni di finanziamento. Le applicazioni considerate vanno dalla riabilitazione al monitoraggio dell’attenzione, dal controllo della sonnolenza alla gestione dello stress.
La sfida agli Usa (e a Neuralink di Musk)
Considerando l’intera faccenda in ambito geopolitico possiamo affermare, la Cina sa bene che i suoi campioni nazionali non sono ancora al livello dei loro omologhi statunitensi (a partire dalla richiamata Neuralink). Serviranno diversi anni, se non decenni, prima di assistere a un eventuale sorpasso.
La scommessa cinese semmai chiama in causa la velocità con cui trasformare la ricerca in prodotti utilizzabili su larga scala. Anche le tecnologie non invasive, come caschi e dispositivi a ultrasuoni, fanno parte di questa strategia.
Certo è, invece, che Pechino sa cosa vuole raggiungere: arrivare al punto di creare un collegamento sempre più diretto tra cervello, macchine e intelligenza artificiale.