Ieri io e mia mamma ci incontriamo a metà strada in Toscana, come ogni estate, per pranzare insieme, al solito ristorante dove andiamo a mangiare d’estate, e di cui ci lamentiamo ogni anno di più per il caldo: tutto carino, per carità, con un grande spazio semiaperto coperto da una tettoia, e però si muore dal caldo, e anche gli altri commensali muoiono dal caldo, non solo io che odio il caldo e l’estate e mia mamma che ama il caldo e l’estate ma a ottantatré anni, benché attivissima, comincia a non poterne più neppure lei.
Tutti fanno presente al proprietario (chiamiamolo Walter) del caldo, non c’è niente da fare: il massimo che fa è mettere dei ventilatori di cui non ti arriva neppure l’aria spostata. Bene, direte, perché ci racconti questo? Abbiamo anche notato il servizio più lento, infatti c’era una sola cameriera anziché due, tant’è che alla fine ci siamo detti: “Bisogna trovare un altro ristorante”. Ma non è questa la fine. Quando arriviamo alla cassa vedo una cosa con tanti schermi che scambio per una bilancia da farmacia e mentre sto per dire a Walter: “Che ci fa una bilancia da farmacia qui? Per pesarsi dopo mangiato?” mi rendo conto che è un robot, e mi risucchio indietro la domanda sulla bilancia e la trasformo in un “Ah, hai preso un robot!”. “Eh sì”. “E che fa?”, mentre noto che ha delle scaffalature sul retro, sulla schiena diciamo. “Va in cucina, il cuoco gli sistema dietro i vassoi con le ordinazioni, e le porta qui. La cameriera poi li porta ai tavoli. Figo, eh”. “Figo”, già. Figo un cavolo, penso. Ha risparmiato dieci metri di strada, il servizio è diventato più lento, il caldo scioglie i clienti ma non solo: siccome ha le ruote ma si muove piano, se capiti nel tragitto del robot e devi andare al bagno te la fai addosso.
Comunque sia sappiate che non è che abbia preso un robot scarso. Lo so che su YouTube ne vedete tanti che fanno cose pazzesche, che è attualmente il principale impiego dei robot umanoidi: far vedere che ci sono. In Cina ballano, giocano a calcio, fanno kung-fu, roteano spade e nunchaku negli spettacoli televisivi (talvolta con una grazia ancora un po’ da pensionato con la sciatica), e sono sufficienti a riempire i social di commenti su quanto presto sostituiranno tutti noi (di sicuro, da Walter, quel coso lentissimo una cameriera l’ha sostituita). Li vediamo anche come poliziotti (spesso inciampano anche da soli e non si alzano più), o che portano a passeggio cani robot (devo dire che l’idea di avere un cane robot che porti a passeggio un mio cane robot mi stuzzica, giusto per far dire alle persone che non mi vedono mai perché vivo chiuso in casa: “Guarda, il cane robot di Parente che porta a spasso il suo cane robot”).
Comunque sia, nel 2025 la Cina ha venduto circa dodicimila robot umanoidi e la maggior parte è finita in università, centri di ricerca e sperimentazioni, non nelle fabbriche, negli ospedali o nelle case a lavorare davvero. Ci sono una cinquantina di aziende del settore in fila per quotarsi in Borsa, oltre centoquaranta produttori e centinaia di modelli, tanto che perfino il governo cinese ha avvertito del rischio di una bolla (e se il governo cinese vede una bolla state sicuri che c’è). Rischiano di esserci più fabbricanti di robot che lavori da far fare realmente ai robot (un po’ come nell’editoria di libri, tra poco ci sono più editori che lettori).
Insomma, un conto è far eseguire a un robot una coreografia preparata, sopra un pavimento regolare, dopo migliaia di prove e mostrando al pubblico soltanto quella riuscita, un altro lasciarlo libero in un ristorante affollato, tra sedie spostate, bambini che corrono, clienti che si alzano per andare al bagno, piatti messi storti e camerieri che hanno fretta (a Dubai, l’anno scorso, c’erano diversi ristoranti con robot simili, ti portavano anche il piatto al tavolo, in locali non pieni di persone e con planimetrie molto elementari, facevano scena, e wow, solo che non sono scemi a Dubai, e soprattutto hanno l’aria condizionata a palla ovunque). Per questo un robot può fare kung-fu in televisione e impiegare un’eternità per portare quattro vassoi dalla cucina alla cassa. È il paradosso della robotica (non c’entra Asimov, qui): le cose che a noi sembrano spettacolari possono essere programmate, quelle banalissime richiedono di capire un ambiente mentre cambia. Ci si arriverà? Certo, tuttavia non così presto come vogliono farvi credere. O forse sì, come Walter, per risparmiare sulla pelle calda e la pazienza dei clienti o per sentirsi cool, al momento non certo per efficienza: lo stupore per il robot dura il tempo necessario a rimpiangere la vecchia cameriera. I robot industriali, invece, lavorano a meraviglia da decenni proprio perché non cercano di sembrare persone: sono bracci, pinze, nastri e macchine specializzate che ripetono con precisione la stessa operazione. Non hanno una faccia, non salutano, non ballano e soprattutto non fanno notizia. Il robot umanoide invece, o anche soltanto vagamente antropomorfo come quello di Walter, deve prima di tutto interpretare il robot.
E in effetti quello di Walter ha svolto la sua funzione. Non ha sostituito il lavoro di una cameriera, ha assorbito la parte più stupida: otto o dieci metri percorsi lentamente avanti e indietro. Se l’avesse fatto una cameriera umana, Walter l’avrebbe licenziata in tronco e con ragione, ora Walter ha una cameriera in meno e può dire di avere un robot. Il cuoco continua a caricare i vassoi, la cameriera superstite continua a scaricarli e portarli ai tavoli, noi aspettiamo il doppio del tempo. Abbiamo pagato e però mia mamma non si è trattenuta: “Carino il robot, ma… l’aria condizionata, Walter, no, eh?”. Walter risponde: “Aveva caldo, signora?”.
Lì credo che mia mamma si sia trattenuta un vaffa. L’aria condizionata costa troppo a Walter, la cameriera pure, i clienti aspettano di più, escono come i nazisti che si liquefanno alla fine de I Predatori dell’arca perduta, e però, vuoi mettere, c’ha il robot, Walter.