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Nuove frontiere

Tutti aspettano l’AGI, ma nessuno sa davvero cos’è: la grande confusione sull’intelligenza artificiale “generale”

Da Altman a Musk, da LeCun ad Amodei, ogni protagonista dell’AI usa criteri diversi. E il traguardo più evocato resta ancora senza una definizione condivisa

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Ma che cos’è quest’AGI di cui ormai tutti parlano, dal primo dei CEO all’ultimo degli streamer? Artificial General Intelligence, Intelligenza Artificiale Generale, ok, suona benissimo, talmente bene che ci siamo quasi, talmente bene che viene annunciata dalle Big Tech non si capisce se per spaventare, o per rassicurare, o per avere più finanziamenti, e soprattutto, andando a vedere, non si capisce cos’è.

Per François Chollet, informatico francese, ex ricercatore di Google e creatore di Keras, uno dei principali critici dei benchmark tradizionali sull’intelligenza artificiale, l’AGI non è una macchina che sa fare tantissime cose, più una macchina capace di imparare cose nuove con un’efficienza paragonabile a quella umana, soprattutto davanti a problemi mai incontrati prima.

Secondo Shane Legg, cofondatore di DeepMind, che insieme a Marcus Hutter ha formulato una delle definizioni più citate di intelligenza, questa consiste nella capacità di raggiungere obiettivi in una grande varietà di ambienti e quindi l’AGI non dipende da una lista di professioni che la macchina sa svolgere, ma dalla sua capacità generale di adattarsi e perseguire obiettivi in contesti differenti.

Ben Goertzel, informatico e ricercatore tra i principali divulgatori e teorici dell’espressione Artificial General Intelligence, ha un’altra idea: per lui una vera AGI deve riuscire ad affrontare domini nuovi, trovare soluzioni nuove, trasferire conoscenze da un campo all’altro e non restare confinata a compiti per i quali è stata specificamente addestrata.

Mentre Yann LeCun, chief AI scientist di Meta e premio Turing, va ancora più a monte: sostiene che l’espressione “intelligenza generale” sia già problematica, perché neppure l’intelligenza umana è davvero generale (ma va?). Preferisce parlare di intelligenza artificiale avanzata o di livello umano e ritiene che gli attuali sistemi siano ancora molto carenti nella comprensione del mondo fisico, nella memoria persistente e nella pianificazione.

Gary Marcus, neuroscienziato e psicologo cognitivo, professore emerito alla New York University e tra i critici più noti degli attuali modelli linguistici: per lui l’AGI dovrebbe possedere un’intelligenza flessibile e generale, accompagnata soprattutto da un grado di affidabilità paragonabile a quello umano. Non basta quindi rispondere bene a moltissimi test: una vera AGI non dovrebbe crollare davanti a variazioni banali di un problema o produrre errori assurdi fuori distribuzione.

Sam Altman, CEO di OpenAI, ha più volte riconosciuto che AGI è un termine definito in modo debole. OpenAI storicamente l’ha descritta come un sistema altamente autonomo capace di superare gli esseri umani nella maggior parte delle attività economicamente rilevanti. In questa definizione il parametro non è quindi tanto “pensare come un uomo”, quanto fare meglio dell’uomo una quota enorme del lavoro che oggi ha valore economico.

Elon Musk, fondatore di xAI e cofondatore originario di OpenAI, quando parla del traguardo dell’intelligenza artificiale lo identifica spesso con il raggiungimento e poi con il superamento dell’intelligenza umana. Il punto decisivo non è tanto che la macchina sappia svolgere un certo numero di mestieri o superare determinati test, ma che diventi complessivamente più intelligente di un singolo essere umano e, successivamente, potenzialmente dell’umanità nel suo insieme. Qui però si scivola già dall’AGI alla superintelligenza, e infatti nelle dichiarazioni di Musk i due confini tendono spesso a sovrapporsi.

Dario Amodei, cofondatore e CEO di Anthropic, tende spesso a evitare proprio il termine AGI, preferendo parlare di “powerful AI”: sistemi che, nella sua formulazione, sarebbero più intelligenti di un premio Nobel nella maggior parte dei campi rilevanti, capaci inoltre di utilizzare strumenti e interfacce digitali, lavorare autonomamente e coordinare attività complesse. Altro criterio ancora: non una misteriosa intelligenza generale, piuttosto una capacità operativa superiore in quasi tutto il lavoro cognitivo.

E già fermandosi qui il problema diventa evidente: Chollet parla di capacità di apprendere il nuovo, Legg di raggiungere obiettivi in ambienti diversi, Goertzel di trasferimento tra domini, LeCun mette in dubbio perfino l’aggettivo “generale”, Marcus pretende flessibilità e affidabilità, Altman guarda al lavoro economicamente rilevante, Musk al superamento dell’intelligenza umana complessiva, Amodei alla superiorità operativa nei compiti cognitivi.

Tutti aspettano l’AGI, ognuno ne ha un’idea diversa. Ma soprattutto, lasciando da parte il generale, cosa significa intelligenza, e cosa significa più intelligente di un essere umano? Più intelligente di Einstein o di, che so, Flavia Vento? Non so, lo chiederemo all’AGI, quando arriverà.

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