«Se il voto di oggi è di buon auspicio per la prossima settimana? Io direi che lo è per tutto l’anno prossimo». La Camera ha appena bocciato le pregiudiziali di costituzionalità sulla riforma elettorale e nei capannelli che si formano in Transatlantico il ministro Francesco Lollobrigida non ci gira troppo intorno. Nel primo dei due voti segreti previsti sul provvedimento, infatti, la maggioranza ha avuto dalla sua 229 deputati contro i 151 dell’opposizione, sette in più del previsto e una forbice di 78. Significa che per far saltare il banco, di qui a giovedì 8 ottobre dovrebbero cambiare idea ben 39 parlamentari.
Nel segreto dell’urna tutto è possibile, ma certo appare altamente improbabile. Soprattutto per la cura con cui i big di Fdi hanno attenzionato il voto di ieri, peraltro dopo i diversi avvisi ai naviganti lanciati la scorsa settimana dalla stessa Giorgia Meloni e nelle ultime ore prima dal capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami e infine dal ministro Luca Ciriani.
Ma più che le parole è l’aria che si respira alla Camera a essere indicativa di quanto la premier ci tenga alla nuova legge elettorale, con buona pace delle strampalate teorie sull’auto-sabotaggio per ottenere le elezioni anticipate al più presto.
Urne che peraltro non sono notoriamente nella disponibilità di Palazzo Chigi, ma del Quirinale. A cui la premier dovrebbe rimettere il mandato, passando di fatto la palla della legislatura al Colle. E che l’obiettivo sia tirare dritto lo dimostra l’attenzione con cui alcuni big di Fdi hanno seguito il voto segreto, in piedi a scrutare le mani dei colleghi che entravano nella pulsantiera (con il solo dito indice schiacciato verso destra, dove c’è il tasto rosso).
Tanto che il presidente della Camera Lorenzo Fontana ha dovuto più volte invitare i deputati a «restare seduti». Insomma, il voto sarà pure segreto ma uno sguardo attento ai dettagli può raccontare molto.
Forse esagera Lollobrigida quando guarda a «tutto l’anno prossimo», quindi con elezioni a ottobre. E il suo sembra più che altro un Maalox per quei deputati malpancisti che potrebbero essere allettati da altri dodici mesi di stipendio. Perché, spiega il responsabile organizzazione di Fdi Giovanni Donzelli, quello dell’8 ottobre è un voto che ha «un valore politico enorme». Al momento, infatti, lo schema su cui si ragiona a Palazzo Chigi e via della Scrofa sono le elezioni (con election day) nella seconda metà di maggio. Ed è proprio su quella scadenza che sono stati programmati annunci, presenze tv e appuntamenti pubblici della premier. E studiata è anche l’accelerazione di questi ultimi giorni, che ha l’obiettivo di rimettere Meloni al centro della scena e cercare di stoppare la crescita di Roberto Vannacci.
Che, almeno stando ai sondaggi, sembra stia effettivamente patendo la controffensiva della premier.
Poi, certo, fare previsioni sicure è quasi impossibile a chiunque non abbia la palla di vetro. Soprattutto davanti a uno scenario internazionale imprevedibile e con ricadute dirette sul nostro Paese, come dimostra il caro-energia. Così, inevitabilmente, anche a Palazzo Chigi sono pronti a comprimere come una fisarmonica il timing della campagna elettorale che è già stato buttato giù. E su cui, inevitabilmente, sarà fatta una valutazione in corsa, tenendo conto anche dell’andamento di Futuro nazionale e di cosa succede nel campo largo in chiave leadership.
Le variabili, insomma, non si contano. Tanto che c’è anche chi ha ipotizzato che Meloni possa decidere di stringere i tempi nel caso il voto segreto di giovedì prossimo dovesse passare per una manciata di deputati, quindi sfilacciando politicamente la maggioranza. Ma un’eventuale accelerazione verso le urne prima della prossima primavera avrebbe la controindicazione di cui sopra, con la palla che passerebbe al Quirinale.
