Due giorni fa il luogotenente del Generale, Edoardo Ziello, con una buona dose di pragmatismo giudicava positivamente la struttura della nuova legge elettorale al netto della propaganda che i vannacciani si riservano di fare sulle «false» preferenze: «A noi lo stabilicum conviene perché ci mette a disposizione due politiche: o trattiamo con il centro-destra partendo dal presupposto che senza di noi non prende il premio; o puntando sul proporzionale ci candidiamo ad essere la Afd italiana». Dato che le milizie del Generale hanno adottato il lessico militare tirando in ballo i carri armati «King Tiger», i «Leopard Due» o la strategia dell’«ariete», ieri dopo aver parlato contro la legge elettorale senza scomporsi, con un cinismo modello «sturmtruppen», hanno votato insieme al governo contro le pregiudiziali costituzionali presentate dagli «scappati di casa» - parole loro - dell’opposizione. Fuori dal Parlamento il Generale, nei panni del principe Calaf della Turandot, ha rincarato: «Ora parlo io. In Calabria abbiamo dimostrato che siamo indispensabili per la vittoria del centro-destra. Nessun dorma».
Altro siparietto alla vigilia del voto. Martedì pomeriggio, in mezzo al Transatlantico di Montecitorio, Enrico Costa, capogruppo dei forzisti, preso in giro sui possibili franchi tiratori azzurri, ha perso la pazienza ed è sbottato: «Ho qui l’elenco dei riformisti del Pd che sono pronti a dare una mano: questa legge prevede anche le preferenze e gli consente di giocarsi la partita nelle urne anche se la Schlein li mette agli ultimi posti nelle liste elettorali». Ci sia stato il «soccorso nero», o il «soccorso rosso» poco importa quello che conta è che ieri, alla fine dei giochi, sul tabellone elettronico della Camera la maggioranza ha preso a scrutinio segreto sette voti in più di quelli che aveva a disposizione sulla carta. Con la minaccia di elezioni o altro Giorgia Meloni di fatto ha centrato il suo obiettivo: lo scrutinio ha consegnato l’immagine di una maggioranza «compatta». Un buon viatico per la campagna elettorale. Esattamente l’opposto di quella che regala in queste giornate l’opposizione. E da che mondo è mondo una qualsiasi minoranza che voglia mettere in crisi un governo come primo requisito deve avere proprio la «coesione». Una «coesione» che al momento non c’è. Le cronache del «campo largo», infatti, raccontano di sgambetti, tranelli e tatticismi esasperati. Alla vigilia del giorno che Elly Schlein ha scelto per lanciare la sua candidatura alle primarie - cioè oggi - Giuseppe Conte, ad esempio, ha aperto all’ipotesi di un terzo nome per la premiership che possa superare lo stallo tra il suo e quello della segretaria del Pd: una mossa tattica per dare l’idea - ma solo l’idea - di essere pronto a sacrificare le ambizioni personali per il bene della coalizione. Una mossa che in realtà ha come obiettivo primario quello di mettere in imbarazzo la Schlein. Tant’è che la segretaria è rimasta in silenzio mentre il suo fidato paladino, Igor Taruffi, nell’immaginario collettivo Tarufenko, ha liquidato la sortita dell’ex-premier con una punta d’ironia e di sarcasmo: «Il terzo uomo? Eccomi qui».
Già, nel «campo largo» regna la confusione del «campo di Agramante». Conte e Schlein si marcano, si stuzzicano: l’astuto dc camuffato contro la dogmatica post-comunista. E a Palazzo Chigi ci sguazzano. «Sembrano don Camillo e Peppona», ci ride su Francesco Filini, uno delle teste d’uovo della Meloni. Il risultato è il caos. Sulle regole delle primarie non vi è ancora certezza, non si sa quanti saranno i candidati, mentre si pensa al voto «on-line» prestando il fianco alle interferenze non solo russe. «Voglio - rimarca il riformista Guerini, presidente del comitato parlamentare per i servizi segreti (Copasir) - che siano le persone in carne ed ossa a votare».
Un «caos» che di rimbalzo ha ridato fiducia alla maggioranza di governo meno assillata dall’incubo del Generale (nell’ultimo sondaggio della Ghisleri il centrodestra tradizionale, senza Vannacci, prevale sul campo largo). «Se andassimo al voto ora - ridacchia il ministro Carlo Nordio - li prenderemmo in contropiede, impreparati. Ma per loro fortuna secondo me si andrà tra un anno perché qui dentro, a parte il sottoscritto, nessuno è disposto a rinunciare neppure all’ultimo stipendio».
Resta da vedere chi sarà più logorato dal tempo. Su via di Sant’Ignazio che costeggia la Chiesa di gesuiti Andrea Riccardi, totem dei cattolici democratici, intellettuale di riferimento dei progressisti italiani e fondatore della comunità di Sant’Egidio, appare scoraggiato. «Il campo largo? - scuote la testa - lasciamo stare! Conte è furbo. E lei (la Schlein, ndr) si è fatta risucchiare da questa storia delle primarie che per la gente ha tanto il sapore dei giochi di Palazzo. Intanto la Meloni punta sulla sua faccia. Ho visto Prodi: è disperato!».
