A Montecitorio l’atmosfera è quella delle grandi occasioni. L’emiciclo è pieno, ministri e viceministri siedono sui banchi del governo e anche l’opposizione è presente al gran completo. Nel Transatlantico i parlamentari entrano ed escono tenendo d’occhio l’orologio, mentre un messaggio su whatsapp ricorda a tutti che attorno alle 13 tutti dovranno essere in aula. Perché il primo voto sulla nuova legge elettorale non è un voto qualunque: è il primo scrutinio segreto, quello in cui - come avvenuto in prima lettura - può comparire il franco tiratore, quello in cui malumori e perplessità possono tramutarsi in numeri.
Alla fine, però, il colpo di scena non arriva o forse arriva in maniera opposta a quanto preventivato. Le pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni vengono bocciate con 229 voti contrari e 151 favorevoli. Ma i deputati riconducibili alla maggioranza in realtà si fermano a 222. Sette in meno dei voti ottenuti in aula. La maggioranza dunque non si è limitata a conservare il proprio perimetro parlamentare, ma ha aumentato i propri consensi, grazie ai vannacciani, ma anche a qualche centrista dell’opposizione. Giovanni Donzelli, responsabile organizzativo di Fratelli d’Italia, si limita a fotografare il dato: «Sono sette i voti in più rispetto ai numeri odierni della maggioranza». C’è però un elemento politico che emerge con chiarezza: il temuto cedimento della maggioranza non c’è stato. L’Aula d’altra parte si era preparata al voto come a un test da dentro o fuori (dalla legislatura).
Presenti diversi ministri, tra cui Giancarlo Giorgetti, Elisabetta Casellati, Eugenia Roccella, Gianmarco Mazzi, Carlo Nordio, Antonio Tajani, Roberto Calderoli, Francesco Lollobrigida e Luca Ciriani. Nei banchi di Forza Italia è presente Marta Fascina. Roberto Giachetti scherza: «Ringrazio l’amica Giorgia Meloni che li ha voluti tutti qui per ascoltare il mio intervento». Dall’altra parte ci sono tutti i leader dell’opposizione: Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli, Riccardo Magi. È in questo clima che va in scena un dibattito dai toni incandescenti. Gianni Cuperlo, per il Pd, accusa la maggioranza di voler «stravolgere la Costituzione per un interesse di parte». Il deputato dem mette nel mirino il premio, l’indicazione del premier, la cancellazione dell’alternanza nei capolista e il sistema delle preferenze. Poi si rivolge direttamente a Forza Italia e Lega: «Si avvicina il giorno del ringraziamento, preparatevi a fare i tacchini».
La replica arriva dalla Lega. Igor Iezzi ribalta la battuta: «Altro che tacchini, siete voi che fate gli struzzi». E richiama un principio costituzionale da ricordare con attenzione: «La sovranità appartiene al popolo non al Nazareno». Il terreno dello scontro è dunque quello della rappresentanza. Per le opposizioni la riforma altera gli equilibri della democrazia parlamentare e concentra eccessivamente il potere; la maggioranza rivendica invece il diritto di intervenire sulle regole elettorali e respinge l’accusa di costruire una legge su misura.
Dentro questa partita si inserisce anche Futuro Nazionale. Edoardo Ziello lo dice senza giri di parole: il suo gruppo è contrario alla nuova legge elettorale, ma non voterà a favore di quelle che definisce pregiudiziali «ridicole proposte da questa mandria di scappati di casa». I vannacciani votano dunque, insieme alla maggioranza. Dei nove deputati della componente, due risultano assenti. Poi arriva il voto. Le schede vengono scrutinate, i numeri compaiono sul tabellone e l’Aula prende atto del risultato: 229 a 151. Parte l’applauso dai banchi della maggioranza.
È il momento nel quale si chiude il primo capitolo della partita. Non soltanto perché le pregiudiziali sono state respinte, ma perché il primo scrutinio segreto non ha prodotto la frattura che molti osservatori attendevano. Ora il provvedimento va verso il voto finale e verso un nuovo scrutinio segreto a cui ora la maggioranza guarda con molta maggiore serenità. Per le opposizioni, intanto, la battaglia non finisce a Montecitorio. Riccardo Magi ha iniziato uno sciopero della fame come forma di protesta, mentre vengono evocati ricorsi alla Corte costituzionale e ai tribunali ordinari. Ma la giornata lascia soprattutto una fotografia politica: una coalizione che, in questo primo e delicato passaggio, non ha perso pezzi. E ha trasformato una potenziale trappola in una prova di forza.
