Il presidente del Senato che aveva tirato fuori l’ipotesi del ballottaggio un mese fa azzarda un pronostico. «A fiuto - è la previsione di Ignazio La Russa - all’80% non si farà. E lo dice uno che è favorevole all’idea di introdurre il ballottaggio nella legge elettorale. Se ci fossimo mossi un mese fa quando l’avevo proposto forse ci sarebbero state più chance. Anche perché i tempi contano quando i pareri sono discordi. E sul tema ci sono: ad esempio la Lega non lo vuole perché pensa che darebbe spazio politico ad una Lega del Nord. Poi c’è chi è convinto che non si potrebbe più utilizzare l’argomento del voto utile contro Vannacci. Io, invece, penso che si semplificherebbero i giochi con lui: al primo turno si presenta insieme chi ci sta, al secondo il Generale può aggregarsi se vuole ma senza trattare».
L’elenco dei «pro» e dei «contro» è infinito ma quello che appare sempre più un vizio della politica italiana è che vengano approvate leggi elettorali, ricorrendo al latinorum, «ad momentum», cioè in funzione dei calcoli del momento. Condizione foriera di paradossi: nel centro-destra che ha sempre considerato il ballottaggio la sua bestia nera, infatti, c’è chi comincia a predicarlo; mentre nella sinistra che lo ha sempre invocato fin dai tempi del Pds di Occhetto ora quel sistema viene considerato un’eresia.
Ieri gli uomini della Schlein hanno minacciato addirittura di scomunica - non scherzo - quei senatori piddini che avrebbero voluto presentare emendamenti a favore del ballottaggio (leggi Sandra Zampa). La ragione è semplice: nel computo «dei matti» che potrebbero aggregarsi alle due coalizioni al secondo turno secondo i consiglieri di Elly quelli di destra, cioè i seguaci di Vannacci, sarebbero sicuramente di più di quelli che nel primo turno potrebbero seguire l’ennesimo profeta eretico (vedi Ranucci) partorito dalla sinistra.
Non si ragiona su leggi di sistema ma tutto è affidato al calcolo del momento. E il momento è sempre più breve. Se un mese fa andava bene una legge elettorale, ora invece il pendolo si ferma su un altro sistema considerato più favorevole e dopodomani, chissà, qualcuno ne inventerà una nuova: ormai la «volubilità» è al Potere. «Si cambiano i sistemi elettorali - ironizza Gasparri - sulla base delle impressioni». Ma tant’è.
Così oggi il ballottaggio sarà contenuto in un emendamento che sarà presentato dall’ex-presidente del Senato Marcello Pera e da un altro, a firma di Roberto Rosso, in rappresentanza di Forza Italia.
«Lo abbiamo presentato - puntualizza Stefano Benigni, sherpa degli azzurri - d’intesa con gli altri partiti della coalizione per avere il tempo di un’ulteriore riflessione. La ragione è semplice: c’è il rischio che nessuno dei due schieramenti raggiunga la soglia per il premio. Noi senza Vannacci e la sinistra, chessò, senza Renzi. A quel punto si tornerebbe al proporzionale. E in quel caso chi ci dice che Vannacci accetterebbe in un’eventuale trattativa la Meloni Premier? O che lo farebbe Calenda? Torneremmo alla Prima Repubblica».
Già, i figli della Seconda e della Terza hanno l’incubo della Prima. Al punto che anche un altro aspetto della legge approvata nemmeno un mese fa sembra tornato in ballo: il meccanismo anti-cespugli, quello per cui in una coalizione solo il primo dei partiti che non raggiunge la soglia del 3% viene conteggiato mentre gli altri no. Narrano che durante la cerimonia dei giochi del Mediterraneo a Taranto il Capo dello Stato avrebbe espresso dei dubbi sulla costituzionalità della norma. Un intervento che le solite malelingue hanno interpretato come un aiuto nei confronti di un possibile candidato del campo largo di casa su al Colle, Ernesto Maria Ruffini e del suo movimento «Più uno».
Per gli azzurri sarebbe un altro ritorno indietro. «Al Quirinale - osserva ancora Benigni - devono capire che non possono chiederci un ritorno al peggio della Prima Repubblica e della Seconda. La norma anti-cespugli è essenziale. Nel 2006, per fare un esempio, la coalizione del centro-destra si presentò con 12 liste. Senza quella regola si rischia di essere sotto il ricatto anche di movimenti che contano lo 0,1%. Se vogliamo tornare a quella condizione il Presidente ce lo deve dire». È la regola delle leggi «ad momentum».
