«Mario Calabresi lo vedrei benissimo come sindaco di Milano». Dal palco della Leopolda a Firenze il leader di Italia Viva ospita e fa un endorsement al giornalista ed ex direttore della Stampa e La Repubblica che aveva avuto già un mese fa la benedizione di Carlo Calenda («il centrosinistra dovrebbe indicarlo subito senza farlo passare dal tritacarne delle primarie») e con l’assist di Renzi assume sempre più la connotazione del candidato centrista. La segretaria Pd Elly Schlein ha accolto la sua autocandidatura a inizio settembre con freddezza e per ora, a una veloce stretta di mano dietro al palco del festival di Open a Parma un paio di settimane fa (con la «regia» di Enrico Mentana) ha fatto seguire il solito disco: «Prima i programmi e poi i nomi».
Sul palco della Leopolda per discutere del suo nuovo libro «Le voci degli altri» (Mondadori) con Lisa Noja (Iv), Calabresi non ha risparmiato stoccate alla coalizione: «Se mi dicono che sono di sinistra io rispondo di sì. Però non mi piace una cosa, quella parte di essere un po’ maestrini. Se la gente ti dice ho paura, mi sento insicuro non gli puoi dire, “no guarda ti spiego io che ti stai sbagliando“. Devi farti carico della paura di quella persona, delle percezioni delle persone, devi vederle». E a quel punto, proseguo, «non puoi dirgli “non capisci“, ma “comprendo e ascolto il tuo punto di vista, magari ho una proposta che va in un’altra direzione“. Troppe volte a sinistra diciamo che non ha capito. Non si può dire che il popolo e gli elettori non capiscono. Bisogna rispettarli, capirli e proporre soluzioni». Dalla platea renziana sono partiti gli applausi. E con la premessa che non lo appassiona il «gioco di dare le pagelle al passato» - le critiche di Calabresi e Majorino hanno già innescato accese reazioni da parte del sindaco Beppe Sala - ribadisce che «Milano è cresciuta tantissimo, è diventata una capitale europea» ma «ha lasciato indietro pezzi di popolazione, è come se fosse la vetrina di un negozio in cui non possono entrare».
