Anche se pensiamo di conoscerla, con il suo abito da ballo azzurro, i capelli biondi, la zucca, la fatina col cappuccio a cospargerla di polvere magica e la scarpetta di cristallo, Cenerentola non è soltanto Cenerentola, o meglio, non è solamente quella zuccherosa principessa che il film della Disney ci ha abituato a immaginare dal 1950 in poi. E se questa può sembrare una ovvietà, è meno scontato ricordare come le sue antenate dirette si siano presentate nei secoli con caratteri(ni) talvolta molto diversi: la prima Cenerentola «ufficiale» appare nel 1634 dal calamaio di Giambattista Basile, che poi la inserirà nel Cunto de li cunti, si chiama Zezolla, è orfana di madre e uccide la sua matrigna, sollecitando il padre a prendere un’altra moglie (che però si rivela perfidissima) e nella sua fuga perde una pianella, insomma una ciabatta.Non proprio una dolce e raffinata ragazza, diciamo, ma ci pensa Charles Perrault a incivilirla, rendendola degna della corte di Francia: è il 1697 quando nasce la Cendrillon regale, perfetta e di buoni sentimenti poi ripresa dalla Disney a metà del Novecento.Nel mezzo, non è che non succeda niente. Nel 1812 i fratelli Grimm creano una Aschenputtel molto meno Lady e un finale lieto sì, ma soltanto per lei, perché le sorellastre, che sfacciatamente si presentano al suo matrimonio con il principe per un misto di arrivismo e curiosità, finiscono accecate dalle colombe (e la colomba è, in questa versione, l’animale magico, attraverso cui agisce la protezione della madre morta): ricompensa per la brava figliola, punizione terribile per quelle cattive. E verso la fine dell’Ottocento in varie raccolte viene tramandata una fiaba scozzese, le cui tracce rimandano addirittura al Cinquecento e al Complaint of Scotland, un testo politico in cui la Scozia rivendica la propria indipendenza dall’Inghilterra: la protagonista si chiama Rashin Coatie e riserva sorprese.«La storia è del 1540 e sono presenti elementi che richiamano le spinte nazionaliste scozzesi. In una delle versioni, Rashin deve uccidere un vitello, che è il suo “aiuto” e la reincarnazione della madre, ma decapita la sorellastra, che tiene ferma la testa della bestia» dice Filippo Comisi. Studioso di culture orientali e archivista presso il Cimitero monumentale del Verano di Roma, Comisi è autore di Cenerentola in Oriente (Luni editrice, pagg. 126, euro 17), un libro in cui ripercorre il peregrinare dell’eroina da un polo all’altro del globo, da una tradizione all’altra, in una varietà enorme di adattamenti a visioni del mondo e della società diverse per epoca, luogo, valori, obiettivi. Il risultato è che si contano 345 versioni di Cenerentola e, se Comisi si concentra su quelle dell’Estremo Oriente, proponendo anche il testo di alcune storie, come al solito il punto di partenza è la Grecia del quinto secolo avanti Cristo, quando Erodoto racconta di «una cortigiana egizia», una ex schiava che diventa così ricca da costruirsi una piramide: «Sono propaggini antiche della storia - spiega Comisi -. Non conosciamo se e quando ci siano stati contatti fra l’Egitto, la Grecia e la Cina antiche, ma questa versione della fiaba non è comunque completa, nel senso che non ha tutte le caratteristiche che, secondo la classificazione degli studiosi, corrispondono al ciclo dell’“eroina perseguitata”, che è quello di Cenerentola». Conclusione: «La versione completa più antica è quella cinese, intitolata Ye Xian, che risale all’epoca Tang, fra VII e X secolo dopo Cristo».Ye Xian è opera di Duan Chengshi (803 - 863), un alto funzionario, che la inserì nella raccolta Youyang zazu, ovvero «Bocconcini vari da Youyang». Spiega Comisi: «Ye Xian corrisponde abbastanza alla “nostra” Cenerentola. Appare già la scarpetta; ci sono gli animali aiutanti, anche se non sono identificabili con la madre defunta, come accade in altre tradizioni, per esempio in quelle buddhiste e nei fratelli Grimm. Il culto degli antenati era radicato anche in Occidente, nel mos maiorum dei latini; però nelle tradizioni orientali, indiana o tibetana o buddhista, l’elemento naturale è molto spiccato». Ovvero, l’antenato (la madre buona dell’eroina) si reincarna in un uccello, una pianta, uno stagno... In Ye Xian compaiono già tutte le fasi canoniche della fiaba: «L’allontanamento, quando la matrigna e le sorellastre cercano di nascondere i tratti nobili di Ye Xian; l’aiuto esterno, qui rappresentato da un pesce e dalle sue lische magiche, che la matrigna cerca di eliminare; il riconoscimento finale del valore sociale e morale dell’eroina.Alle sorellastre tocca la lapidazione».Troppo brutale? La scozzese Rashin Coatie e i Grimm ci dicono non c’è da stupirsi troppo, anche perché nei secoli passati le fiabe non erano destinate ai bambini e, probabilmente, erano diffuse soprattutto grazie a versioni orali. Ed ecco che la Cenerentola tibetana, traviata da una demone, arriva addirittura a uccidere la madre, e perciò le tocca espiare per rinnovare il proprio kharma e giungere alla conclusione (felice) che merita: è la Storia della ragazza che, sebbene ingannata da una srin-mo, grazie a sua madre che era una jnana dakini, ha ottenuto di diventare regina, dopo che la sua azione malvagia è stata riscattata, contenuta nel ciclo del Vetala (XIV-XVI secolo). Se la tradizione tibetana insiste sul kharma accumulato e su un esito riparatorio, quella indiana, come la fiaba di Sodewa Bai, si concentra sul dharma, l’ordine morale dell’universo da ristabilire, in cui il dolore e la sofferenza sono passaggi obbligati; mentre quella coreana (Kongjwi e Patjwi) riflette la concezione confuciana della società e della famiglia. «Ciascuno se la cuce un po’ addosso» dice Comisi e infatti l’Ochikubo Monogatari, che nasce alla corte Heian nel Giappone del X secolo, è una Cenerentola «aristocratica»: «Rispecchia i valori della corte dell’epoca, perciò non assistiamo a prodigi o ad aiuti divini e ci troviamo di fronte a una eroina sofisticata, fautrice del proprio destino, attraverso le sue buone qualità e soprattutto la sua cultura». La fiaba è una specie di «manuale» concepito per un pubblico vasto, femminile e non solo.Vale la pena tornare a Ye Xian, perché è dalla capostipite, arrivata in Europa probabilmente attraverso la via della Turchia e della Grecia e poi risalendo i Balcani, che scaturiscono molti dei tratti delle Cenerentole successive. Per esempio c’è la questione della scarpetta e del legame con le famigerate fasciature dei piedi delle donne. «Sicuramente è un fatto singolare che Ye Xian abbia dei piedini così piccoli. Però dal punto di vista archeologico non abbiamo elementi che garantiscano l’esistenza della pratica in quell’epoca. Detto questo, nella tradizione cinese il piede fasciato è stato un elemento peculiare e anche fortemente erotico per secoli, fino a che la pratica è stata proibita, all’inizio del Novecento». Poi ci sono le diverse teorie sull’origine della fiaba, che sembrerebbe legata a culture «minoritarie»: «Va chiarito che il concetto di minoranza etnica è moderno, non appartiene alla Cina di quell’epoca. Nella fiaba di Ye Xian ci sono elementi culturali non legati all’etnia dominante di oggi, quella Han, e che rimandano piuttosto al Sud, a etnie che, oggi, sono minoranze, con una loro tradizione culturale e religiosa più vicina all’animismo e allo sciamanesimo. Si vede dall’importanza del paesaggio e del pesce». Il pesce, come si è detto, è l’aiutante magico di Cenerentola-Ye Xian, ed è la reincarnazione della madre morta. «Il pesce ci porta verso il Sud della Cina, dove era sviluppata maggiormente la risicoltura; addirittura, la protagonista sarebbe la progenitrice di un progetto agricolo di inserimento dei pesci nelle risaie, per proteggere le piante dagli insetti... Le lische, poi, sono un simbolo classico di rigenerazione». Secondo un’altra teoria invece la fiaba nascerebbe all’incrocio fra le culture del Sud della Cina e dell’altopiano del Tibet, e questo per via degli elementi religiosi e buddhisti presenti, in particolare la reincarnazione, la pietà filiale e l’ineluttabilità del dharma, «una retribuzione rispetto a quanto accumulato in una o molte vite». E qui risalta la grande differenza fra le Cenerentole, che è fra visioni del mondo: «In Oriente il trionfo è morale, in Occidente è sociale». Che poi, noi avevamo sempre pensato che a trionfare fosse il sogno, come ci ricordava Julia Roberts in Pretty Woman...

Commenti