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Personaggi

Enzo Biagi, ciglio asciutto e lacrime del popolo

Un tempo era il maestro più amato da giornalisti e lettori. Non faceva mai la morale, ma lasciava a chi lo seguiva lo spazio per farsi una propria opinione. Non era un analista politico, ma uomo di sentimenti

Enzo Biagi, la fragilità e il dolore dietro all'uomo che ha fatto la storia del giornalismo italiano

Oggi non c’è nessuno che dubiti del primato di Indro Montanelli come maestro assoluto del giornalismo italiano, e partecipo anch’io al coro festoso. L’unanimità, a dire il vero, si è generata non solo per la qualità della prosa, la pulizia dei concetti, il fascino degli argomenti pronunciati senza ammettere dubbi, ma per aver egli frequentato da primattore prima i lettori di destra, suscitando il biasimo della sinistra e persino un attentato delle Br, per poi negli ultimi anni scivolare, da conservatore, tra i sostenitori dei progressisti in lotta con Berlusconi, nelle cui file morì venticinque anni fa. A destra si preservano gli affetti anche davanti alle diversificazioni dell’ultima ora. Ma il campione più amato dei giornalisti italiani era Enzo Biagi. Al quale, personalmente, devo moltissimo. C’era una triade di campionissimi e, in ordine di popolarità e di vendite, era questa: Biagi, Montanelli, Bocca.

Era nato a Pianaccio, sull’Appennino bolognese, nel 1920, da una famiglia che non aveva un soldo. Fece ragioneria, s’iscrisse all’università senza mai dare un esame. A diciassette anni collaborava all’Avvenire d’Italia, a diciannove era al Carlino Sera, poi quattordici mesi da partigiano con Giustizia e Libertà. Diresse Epoca, il Telegiornale, il Carlino, e ha lasciato un centinaio di libri: più di quanti ne abbia letti, dicevo per fargli dispetto. Leggeva di qua e di là, come una spugna. Le cifre non le imparava mai. Quando arrivi in un Paese, diceva, i numeri si dimenticano subito: bisogna raccontare i colori, gli odori, le facce. Intuiva prima che i sociologi gli passassero le tabelle. La sua prosa non era letteraria, era evocativa: non chiudeva, apriva, e ci lasciava dentro sempre un sorriso e una crudeltà.

Tagliatelle

In televisione faceva il parroco di campagna. In redazione, se qualcosa andava storto, smadonnava come un camallo, con giaculatorie che avrebbero tramortito il suo amico cardinale Tonini, soprattutto quando qualche imbecille rischiava di rovinargli il lavoro, e dunque la vita, perché Biagi non sapeva distinguere l’uno dall’altra. Vederlo affrontare una cofana di tagliatelle al ragù dopo una giornata negli studi Rai di corso Sempione era uno spettacolo da biglietto a pagamento. Con i sei bypass che si portò nella tomba, si concentrava sul piatto e non staccava l’occhio finché non l’aveva prosciugato. Poi si puliva la bazza con il tovagliolo, si lisciava la camicia tirata sulla pancia e imprecava: «Boia d’un mànnd lèder, non riesco a capire perché continuo a ingrassare».

Con Biagi lavorai a lungo, e fu la mia vera scuola. Cominciò al Corriere: prima che lasciasse una via Solferino acciaccata dallo scandalo della P2, ero io a ripassare i suoi pezzi. Li scriveva a mano sul blocnotes, e in battitura scappava qualche refuso. Gli telefonavo e, ogni tanto, chiedevo il permesso di aggiustare una virgola: acconsentiva e ringraziava. Una volta gli parai il sedere da uno strafalcione che non ricordo più. Pochi giorni dopo venne in redazione a conoscermi e cominciò a dire in giro che Feltri era «il miglior fico del bigoncio» di via Solferino: dovetti cercare bigoncio sullo Zingarelli. A Natale mandava ai miei figli i volumi della sua Storia d’Italia a fumetti. Nel 1982 mi reclutò nella compagnia di giro di Film dossier e mi fece rinnovare il contratto per Linea diretta. Lì ho imparato che si può essere generosi con chi lavora con te senza smettere di comandare, che le sfuriate si fanno e poi si torna composti, e che le braccia conserte davanti alla telecamera, il gesto che gli esperti giudicano una chiusura, non gli impedivano di catturare chiunque lo guardasse. Perché aveva qualcosa da dire, e la gente lo sentiva.

Lesa maestà

L’intesa s’incrinò quando passai a dirigere L’Europeo. Mi aspettavo gli auguri: non disse nulla. Con L’Indipendente l’ostilità affiorò. Biagi aveva commentato in prima pagina l’omelia di fine anno di Scalfaro, e s’era chiesto se la cravatta a righe blu e oro gliel’avesse scelta la figlia. La scena del capo dello Stato allo specchio con la figlia mi parve irresistibile, e lo presi in giro con qualche innocente frecciatina. Il Biagi giornalista al posto mio avrebbe fatto lo stesso. Il Biagi senatore del Regno se la prese a morte: lesa maestà. Con il Giornale fu peggio. A Natale del 1993 andai a trovarlo al Monzino, appena operato di altri due bypass, mentre girava la voce che avrei sostituito Indro. Trovò la forza di cazziarmi: «Perché hai fatto questo dispetto a Montanelli? Rubargli la direzione!». E poi è tipico dei vecchi lagnarsi di tutto: parlo per esperienza personale.

L’editto

Il colpo al cuore vero glielo procurò, nel 2002, il cosiddetto editto bulgaro. Berlusconi, a Sofia, parlò di uso criminoso della televisione pubblica, e Biagi replicò in diretta con un’autodifesa francamente sopra le righe: «Quale sarebbe il reato? Denunci». Un uomo provveduto come lui avrebbe dovuto aspettarsi una vendettina del Cavaliere, visto che lo attaccava in Tv una sera sì e una no. La Rai gli propose venti serate in due anni; rifiutò, e uscì con una buonuscita di un milione e mezzo di euro. Fu lui stesso a precisare all’Ansa di non essere stato buttato fuori: «al contrario». La verità è che cominciò a morire il giorno in cui gli tolsero il pulpito.

Nel 2002 aveva perso la moglie Lucia, l’anno dopo la figlia più giovane, Anna. Nel 2007 Rai 3 gli trasformò l’appartamento di via Vigoni in uno studio, nelle stanze che la moglie chiamava «le camere delle bambine», per lasciarlo andare in onda con le pantofole ai piedi. Registrò sette puntate di RT, il rotocalco che lui stesso aveva inventato quarantacinque anni prima. L’ultima andò in onda a giugno. Ai primi di novembre morì. Con me restò civile fino alla fine: quando ero a Libero insisteva perché tornassi al Corriere, «ci metto una buona parola io, se vuoi». Non era un analista politico, le sue intuizioni gli venivano dal sentimento più che dal ragionamento. Tutti dicono di obbedire alla propria coscienza; spesso la coscienza si innamora di quella del padrone. La sua no. È stato un raccontatore e un intervistatore di abilità straordinaria. Non tirava mai la morale: lasciava al lettore e al telespettatore lo spazio per tirarla da sé, e quella era sempre la morale della gente comune. Lui stava a ciglio asciutto, il popolo piangeva. Sapeva come pochi parlare al cuore degli italiani. Anche tacendo.

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