Devo molto a Eugenio Montale. Gli devo qualcosa come lettore, perché nessuno meglio di lui ha messo in versi la disillusione, il ripetersi eterno delle cose, la vita che gira su se stessa come una trottola e non approda da nessuna parte. Gli devo qualcosa come uomo, perché lo ebbi collega e vicino di scrivania negli anni del Corriere. E gli devo qualcosa, infine, come imputato. È raro che un poeta ti salvi il portafogli. A me è capitato.
Racconto il fatto. Il 10 aprile 2010 tre operatori di Emergency furono arrestati nell’ospedale di Lashkar Gah, in Afghanistan, con l’accusa di avere partecipato a un complotto per ammazzare il governatore della provincia di Helmand. Al Giornale, che allora dirigevo, uscimmo con un titolone: «Terroristi, vittime o pirla». Il dubbio era legittimo; la terza parola, secondo chi mi querelò, no. Mi ritrovai in tribunale e la faccenda non prometteva nulla di buono. Ma io avevo maturato per tempo la mia difesa, e non stava in un codice: stava in un libro di versi, il Diario del ’71 e del ’72 (Mondadori, 1973). Spiegai ai giudici che pirla, in milanese, significa trottola e per traslato indica una persona ingenua, uno che gira a vuoto: non un delinquente, semmai un candido. E a sostegno della tesi declamai in aula, con l’enfasi che merita, una poesia in cui il premio Nobel per la letteratura 1975 adoperava il medesimo sostantivo nella medesima accezione. Fui assolto. Niente condanna, niente borsellino da sfilare. Del resto Emergency non aveva alcun bisogno del mio contributo coatto.
Eccola, la poesia che mi salvò. Si intitola «Il pirla» e ho l’onore di trascriverla integralmente:
Prima di chiudere gli occhi mi hai detto pirla,
una parola gergale non traducibile.
Da allora me la porto addosso come un marchio
che resiste alla pomice.
Ci sono anche altri
pirla nel mondo ma come riconoscerli?
I pirla non sanno di esserlo.
Se pure
ne fossero informati tenterebbero
di scollarsi con le unghie quello stimma.
La critica la considera tra le cose più felici dell’ultimo Montale: comica ed esistenziale nello stesso tempo, che è poi la miscela più difficile da dosare. La parola gliel’aveva regalata la moglie, Drusilla Tanzi, detta la Mosca, che prima di chiudere gli occhi gli disse pirla, alludendo con affetto alla sua proverbiale inettitudine nelle faccende pratiche. Lui, da genio, trasformò quel congedo in un marchio e il marchio in versi. I pirla non sanno di esserlo: chi lo sa, come lui, è già mezzo salvato. Su questo tono ne scrisse anche altre. Ma nessuna mi è stata altrettanto utile.
Che Montale fosse negato per la vita pratica posso testimoniarlo sotto giuramento. Lo frequentai tra Corriere d’Informazione e Corriere della Sera, e nei suoi ultimi anni di via Solferino condividemmo perfino l’ufficio: eravamo in due lì dentro, il Nobel e il sottoscritto, il che dà la misura della democrazia dei giornali di allora. La sua carriera l’ha ricostruita Gaetano Afeltra, mio maestro, grande caporedattore e poi direttore: una lenta, paziente strategia del ragno per entrare al Corriere, cominciata sotto le bombe e coronata il 30 gennaio 1948, quando dalle telescriventi arrivò la notizia dell’assassinio di Gandhi e il direttore Emanuel affidò a lui l’editoriale, «Missione interrotta». Aveva cinquantun anni e finalmente lo assunsero. In trentaquattro anni scrisse per via Solferino più di mille e cento articoli, adattandosi a tutto pur di essere prima pubblicato e poi pagato: critiche musicali, cronache, reportage e soprattutto necrologi, un numero strabiliante di necrologi, delicati, a volte distanti, sempre di classe. Il tutto con un’umiltà che oggi non si trova nemmeno negli stagisti. L’ultimo pezzo, «Gli inquilini di via Bigli», porta la data del 10 marzo 1979. Poi il silenzio, che per un ligure è la forma suprema dell’eleganza.
Ai miei occhi ebbe due meriti supplementari. Il primo: era ragioniere, diplomato nel 1915. Come Giorgio Gaber, il più grande filosofo e poeta della mia generazione: intelligentissimo come lui, e come lui senza laurea. Il che dimostra che la cultura non abita nei titoli di studio ma nelle teste, e che la partita doppia non ha mai impedito a nessuno di scrivere versi immortali. Semmai aiuta a contare le sillabe.
Del Montale privato conservo ricordi minuti, domestici, che valgono più di un convegno. Fumava come un turco, ma con metodo: spezzava le sigarette a metà, rispettando così la quota che gli aveva assegnato la moglie e raddoppiando nel contempo il rito dell’accensione, che era la parte che gli piaceva di più. Furbizia da ragioniere, appunto. Aveva anche preso l’abitudine di pescare dal mio pacchetto, con una disinvoltura che in qualunque altro collega avrei giudicato male. Faccio i conti oggi: con quanto mi ha fatto risparmiare in tribunale la sua poesia, mi ritengo adeguatamente risarcito. Anzi, gli resto debitore.
E poi c’è il ricordo più caro, che riferisco senza alcun intento dissacratorio, perché ha lo stesso tono dei suoi versi: comico ed esistenziale insieme. Un giorno, era ormai molto anziano, si alzò dalla scrivania accennando un’aria d’opera con quel suo vocione baritonale e si avviò verso il bagno. Non vedendolo tornare mi allarmai, e non avendone notizia nei corridoi attraversai la porta della toilette. Lo trovai in difficoltà: gli orinatoi erano della stessa identica ceramica del lavabo, e lui, piantato davanti al lavabo, cercava disperatamente di issarsi all’altezza sbagliata per posare il vetusto attrezzo dove non andava posato. Gli spiegai l’arcano. Si risollevò nello spirito e poté finalmente compiere il suo bisogno, riprendendo l’aria interrotta. Nessuno rise, o almeno non io, o almeno non subito. E lo dico oggi con piena cognizione di causa: giunto a ottantatré anni, quello smarrimento davanti alle ceramiche gemelle lo comprendo alla perfezione. Davanti ai sanitari moderni siamo tutti uguali, e tutti un po’ pirla.
Il secondo merito è il più grande. Un giorno, giovane, andò a Trieste per assistere a un’opera teatrale e lì fu avvicinato da uno scrittore, o sedicente tale: un dilettante che campava di import-export e che gli affibbiò un manoscritto. Montale lo infilò in borsa. La mattina dopo, sul treno che lo riportava a casa, si ricordò di averlo con sé e lo tirò fuori per ammazzare il tempo. Ne uscì sprofondato e folgorato: quel dattiloscritto era La coscienza di Zeno, quel dilettante era Italo Svevo, e Montale ne fece esplodere il caso, regalando all’Italia un classico che l’Italia non si era accorta di possedere.
I geni non si incontrano mai per caso. E forse nemmeno i pirla. La prima considerazione riguarda Svevo. La seconda il sottoscritto.
