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Personaggi

La “pasionaria” e il dittatore: quando Frassati incontrò il Duce

Luciana, figlia del fondatore della “Stampa” e moglie di Jan Gawronski, era la campionessa dell’aristocrazia liberale e sabauda. Nelle sue memorie da centenaria ricordava le lunghe chiacchierate con Mussolini, che era distante da lei ma ne ammirava il fascino

Luciana Frassati

Il 2 dicembre 1938 una affascinante e disinvolta signora, poco meno che quarantenne, elegante nell’abbigliamento e nei modi, dall’aspetto volitivo e dal portamento aristocratico venne ricevuta da Mussolini in udienza privata. Si trattava di Luciana Frassati (1902- 2007), figlia di una apprezzata pittrice e di Alfredo Frassati, fondatore del quotidiano torinese La Stampa e appartenente a una famiglia di solide tradizioni liberali. Era anche moglie di un diplomatico polacco, Jan Gawronski, che aveva incontrato a Berlino agli albori degli anni Venti quando il padre era stato inviato lì come ambasciatore del Regno d’Italia. Aveva seguito il marito nelle destinazioni diplomatiche: dopo Berlino era stata a L’Aja, a Istanbul ai tempi di Atatürk, nella Vienna di Dolfuss fino all’Anschluss che provocò il richiamo dell’ambasciatore a Varsavia. Si era ovunque fatta notare, oltre che per la bellezza e il garbo, anche per la vivacità e l’intelligenza con le quali svolgeva il non semplice compito di consorte di un diplomatico importante: ricevimenti e mondanità, certo, ma pure attività culturali e filantropiche.

Alla Polonia diventata per lei quasi una seconda patria si era particolarmente affezionata e si preoccupava del futuro di questo Paese minacciato dall’incontenibile appetito hitleriano. Fu proprio per parlare della sua patria adottiva che chiese udienza a Mussolini. Il Duce, che pure non era stato estraneo alla estromissione di Frassati dalla direzione del quotidiano torinese e persino al suo richiamo da ambasciatore, la ricevette subito e ne rimase colpito tanto da dirle che in futuro, per avere da lui udienze, le sarebbe stato sufficiente dire ai suoi collaboratori che aveva qualcosa di importante da comunicare al Duce. Di questo, e degli altri cinque incontri che più avanti ebbe con Mussolini, Luciana Frassati parlò a lungo in un libro molto bello, Il destino passa per Varsavia, del quale il maggiore storico del fascismo, Renzo De Felice, segnalò più volte l’importanza. Tuttavia, traccia di tali incontri si trova anche nel grosso volume, intitolato Le mie battaglie firmato Luciana Frassati Gawronska (Aragno, pagg. XX-388, euro 70) e curato con amorevole passione dalla figlia Giovanna Gawronska Gilardini: ed è una traccia significativa perché al di là del contenuto dei colloqui, getta luce sul rapporto tra due figure tanto diverse, l’aristocratica liberale e anticonformista e il dittatore populista e narcisista, la «pasionaria» della libertà e il dittatore guardingo ma affascinato dalla personalità dell’interlocutrice.

Il primo incontro, quello dell’inizio di dicembre 1938, propiziato dal segretario particolare del Duce, Sebastiani, durò poco più di mezz’ora. Mussolini, con un pizzico di ipocrisia e furbizia, si lasciò andare ad elogi del padre di Luciana sorvolando sul suo liberalismo e creò, insomma, un clima di «dignitosa cortesia» che spinse la donna a non «provare repulsione, ma solo curiosità». Inoltre, com’ella annotò, «si parlò del comune amico Dollfuss e del suo successore che era ben lontano dal possederne lo charme» e anche veri motivi della visita sia di un intervento del Duce per ottenere la liberazione di oltre cento professori polacchi internati dai nazisti sia la nomina di lei a direttore dell’Istituto italiano di cultura a Varsavia: richieste entrambe accolte. Non è da escludere che il Duce nutrisse qualche simpatia per la Frassati anche per le sue posizioni esplicitamente e fortemente antinaziste. Del resto negli incontri successivi, che talora durarono più di due ore, lei ribadì sempre senza mezze parole preoccupazioni per le sorti della Polonia, espresse disappunto per il peggioramento delle relazioni diplomatiche italo-polacche, non esitò a denunciare le atrocità naziste e a criticare la sudditanza dell’Italia alla Germania. E non era certo un mistero che lei agisse, viaggiando per l’Europa, come una specie di emissario ufficioso del governo polacco in esilio, adoperandosi per salvare amici dalle grinfie dei nazisti, impegnandosi in operazioni rocambolesche di spionaggio, aiutando gli ebrei a fuggire, portando finanziamenti alla resistenza clandestina. Mussolini la intrigava, ma la lasciava anche perplessa. Dopo un incontro nel quale gli aveva parlato della barbarie e della disumanità dei nazisti, Luciana annotò: «Mi sembrava singolare circostanza trovarmi di fronte all’uomo che, detestato da tutti in casa nostra, mi rivolgeva parole di elogio per mio padre, di ammirata memoria per mio fratello. Ero curiosa di conoscerne meglio l’immagine e la personalità, volevo sapere quanto di sincero ci fosse al fondo del calore umano che senza alcun dubbio emanava da lui».

La vita di Luciana Frassati fu un vero e proprio romanzo. Fu una vita lunga morì ultracentenaria intessuta di incontri con le grandi personalità della storia, della politica, della cultura. Il volume Le mie battaglie lo documenta bene. Nelle sue pagine scorre un secolo di storia e si ritrovano, supportati da documenti e carteggi, ritratti vividi di intellettuali come Giovanni Papini o di politici come Franz von Papen, che, già cancelliere ai tempi di Weimar e vice-cancelliere di Hitler, fu prosciolto nel processo di Norimberga e rimase con lei in contatto anche nel dopoguerra. Ma, soprattutto, è raccontata la più grande battaglia della sua vita, quella per far riconoscere la santità del suo adorato fratello Pier Giorgio, morto prematuramente e tragicamente: una battaglia vinta.

Era una donna volitiva, in certo senso ribelle e anticonformista rispetto alle convenzioni sociali consolidate, ma anche una donna generosa, dall’animo gentile, di vasta cultura e di grande sensibilità poetica (fu autrice di delicati componimenti lirici). A me è capitato di incontrarla nel 1978, tanti, tantissimi anni fa ormai. A quell’epoca aveva superato da un bel po’ i settant’anni ma era ancora bella e affascinante. Suscitava meraviglia l’evocazione di tanti suoi amici e conoscenti: da Arturo Toscanini a Franz Werfel, da Alma Mahler a Wilhelm Furtwängler, da Giovanni Papini a Ernesto Buonaiuti, che l’incoraggiò a scriver poesie. E infine lei era cattolicissima sacerdoti e perfino pontefici. Si aveva l’impressione, vicino a lei, di fare un viaggio meraviglioso all’interno della storia del Novecento.

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