Sono passati 32 anni da quando Lady Diana scelse di indossare quello che sarebbe passato alla Storia della royal family e della moda con il nome di “Revenge Dress”, “abito della vendetta”. Il vestito che per la principessa rappresentò lo spartiacque tra la severa vita di corte e la riscoperta di sé, di una femminilità più consapevole e più libera. Nessuno sa se Diana si sia resa conto fino in fondo del potere dirompente di quell’abito, dell’impatto della sua nuova immagine sui contemporanei e sulle generazioni future. In ogni caso non ebbe il tempo di rifletterci, presa com’era dalla volontà di dimostrare chi fosse, di rialzare la testa dopo l’ammissione pubblica del tradimento di Carlo. Tra pochi mesi il “Revenge Dress” andrà all’asta. Qualunque sarà la sua sorte, rimarrà l’emblema di emancipazione di una donna che è riuscita a trovare se stessa.
All’asta
Il prossimo 9 dicembre, scrive la Bbc, il “Revenge Dress” indossato da Lady Diana nel 1994 andrà all’asta da Sotheby’s. La stima del ricavato della vendita si aggira sulle 220mila sterline, circa 300mila dollari. In attesa dell’asta il vestito è stato esposto nello showroom di Sotheby’s a Londra dal 18 al 24 settembre 2026. Sarà in mostra anche a Hong Kong all’inizio del prossimo ottobre, a Ginevra all’inizio di novembre e infine a New York, dove verrà venduto.
“Un messaggio potente”
A proposito dell’importanza storica dell’abito Morgane Halimi, responsabile del settore moda della casa d’aste Sotheby’s ha spiegato: “A modo suo la principessa Diana trasformò il vestito in uno dei messaggi più potenti che avesse mai lanciato, durante uno degli episodi della sua vita più analizzati e intensi dal punto di vista emotivo. Si è ritrovata in un momento in cui buona parte della sua storia era stata raccontata da altri per lei e attraverso ciò che scelse di indossare, [Diana] rivendicò per sé la narrativa”. La principessa, ha puntualizzato la Halimi, aveva “capito istintivamente” che la moda è un tipo di linguaggio, un mezzo di comunicazione immediato.
“Irrimediabilmente spezzato”
La scelta del “Revenge Dress” fu la conseguenza dell’ammissione pubblica di un dolore e di un fallimento, la presa di coscienza non solo della fine di un matrimonio, ma anche di quella che tutti credevano una fiaba principesca. Il 29 giugno 1994, infatti, ITV mandò in onda l’intervista in cui l’allora principe Carlo dichiarò di aver tradito Diana con Camilla. Una confessione breve, scarna, contenuta nel documentario da due ore e mezzo “Charles: The Private Man, the Public Role”. Il giornalista Jonathan Dimbleby, riportano il Guardian e Tatler, chiese all’erede al trono se avesse provato a rimanere “fedele e onesto” nei confronti di sua moglie. Carlo, in tono asciutto, rispose: “Sì, assolutamente”. Dimbleby insistette: “E lo è stato?”. Carlo ammise: “Sì, finché [il matrimonio] non si è irrimediabilmente spezzato, nonostante entrambi avessimo provato”.
La scelta di Diana
Il contenuto dell’intervista era trapelato qualche giorno prima della diffusione del documentario. Di conseguenza i tabloid erano certi che, in qualche modo, Lady Diana avrebbe risposto per le rime alla prima uscita pubblica successiva alla confessione di Carlo. In effetti la replica della principessa arrivò, ma addirittura in contemporanea con la messa in onda dell’intervista. Quel 29 giugno Lady D era attesa a una cena di gala per beneficenza organizzata da Vanity Fair alla Serpentine Gallery di Londra. In un primo momento, ha raccontato il Telegraph, Diana aveva pensato di indossare un abito di Valentino. La Cnn ha specificato che la maison aveva anche pubblicato un comunicato stampa in proposito. Invece la principessa cambiò idea. A quanto pare si sarebbe trattato di un gesto improvviso, d’impulso, forse dovuto proprio alle emozioni contrastanti scatenate dall’intervista di Carlo.
“Troppo audace”
Lady D avrebbe provato quello che sarebbe diventato il “Revenge Dress” e deciso senza ripensamenti che sarebbe stato il vestito con cui avrebbe affrontato la tempesta mediatica che le si era scatenata contro. Si trattava di una creazione della designer greca Christina Stambolian che, stando a quanto precisato dalla Cnn, Diana avrebbe tenuto nell’armadio per ben tre anni, ritenendola “troppo audace” per un membro della Casa reale britannica. L’abito da cocktail, di colore nero e orlo asimmetrico, vìola tutte le regole sull’abbigliamento imposte dalla Corona: è molto aderente, lascia libere le spalle e non copre le ginocchia. In più il nero è il colore che di solito i membri della royal family indossano per il lutto (sebbene non fosse la prima volta che Diana sfoggiava un abito di questa tonalità). Nessuna reale aveva mai osato tanto.
L’abito della ribellione
“Diana voleva attirare l’attenzione”, ha commentato la sua ex stylist Anna Harvey nel documentario di Channel 4 “Princess Diana’s Dresses: The Auction” (2013), citato dalla Cnn. Lo scopo della principessa, però, non aveva nulla a che fare né con l’ego, né con la vanità. La Cnn ha chiosato: “Il Revenge Dress…è stato…un atto di ribellione contro i codici di abbigliamento reali e le concezioni vigenti relative alla castità e all’osservanza [delle norme]. Invece di piegarsi alla vergogna e al disprezzo pubblico, Diana disse al mondo che non se ne sarebbe rimasta in silenzio”. Lady D non dovette nemmeno usare le parole. “Diana sapeva che tutti gli occhi sarebbero stati puntati su di lei”, ha dichiarato Brittany Talarico, viceresponsabile del settore stile del People. “Non aveva bisogno di parlare. Si trattò di una risposta data attraverso la moda. Quell’abito divenne il suo chiaro messaggio per Carlo e per il mondo”.
“Aspettare che passi la tempesta”
La scelta di Diana fu coraggiosa: “Dal punto di vista umano”, ha commentato il direttore editoriale esecutivo del People, Michelle Tauber, nella rubrica “Diana Diaries” del magazine, “si può solo immaginare quanto tutto ciò sia stato doloroso per Diana. Non solo sentire, ma sapere che ora tutto il mondo aveva ascoltato [le ammissioni di Carlo]. In effetti Carlo aveva lavato i panni sporchi in pubblico. Qualcun altro avrebbe potuto decidere che fosse davvero troppo, tentando di evitare le telecamere e i riflettori e aspettando che la tempesta passasse da sola. Non è ciò che Diana scelse di fare quella sera”.
Il giorno dopo
“La vendetta è chic”, titolò il Sun all’indomani del gala alla Serpentine Gallery, aggiungendo. “Ieri sera Diana ha mostrato a Carlo cosa si è perso”. Diana si difese, affermò se stessa, si rialzò dopo la caduta attraverso un abito, la moda. In un certo senso fu lei ad aprire la strada, almeno in epoca contemporanea, a un tipo di rivalsa diverso, più intelligente, orientato all’empowerment femminile, in cui la donna non rimane in un angolo a piangere, ma diventa artefice del proprio destino, crea di nuovo se stessa (un esempio su tutti, pur con le dovute distinzioni, è Shakira).
Venduto per beneficenza
La storia del “Revenge Dress” non finì alla Serpentine Gallery. Nel giugno 1997, ha ricordato l’Independent, Diana lo vendette all’asta insieme ad altri 78 suoi abiti per raccogliere fondi in favore delle charity che si occupavano dei malati di AIDS e di cancro. Ad acquistarlo, per 39,098 sterline, fu una coppia di Glasgow, Briege e Graeme Mackenzie. Alla Bbc Briege ha commentato: “Il mio defunto marito e io sapevamo che questo abito era qualcosa di speciale. La principessa Diana stava per affrontare la sera peggiore della sua vita, ma apparentemente non si sarebbe mai detto. Il suo abito da cocktail si trasformò in un messaggio nell’arco di uno scatto fotografico”. Briege Mackenzie vendette il vestito dopo la morte del marito, ha rivelato ancora la Bbc.
Un simbolo femminista?
Potremmo arrivare a pensare che il “Revenge Dress” sia stato e rappresenti ancora un simbolo femminista? Sì, se pensiamo che quell’abito, come giustamente ha titolato il sito News24, “continua a ispirare le donne” ed è riconosciuto come un simbolo di indipendenza femminile. La Cnn ha sottolineato la volontà della principessa di non “piegarsi alla vergogna”: Diana ha respinto il senso di colpa per una responsabilità che non le apparteneva, emancipandosi dall’immagine di donna tradita e beffata (naturalmente nessuno vuole fare della principessa il classico “santino”, facendo finta di dimenticare i suoi errori. Il ragionamento è riferito agli eventi di quel 29 giugno 1994 e al modo in cui si svolsero). Quella forza, che mascherava una legittima sofferenza, può insegnarci ancora tanto.
