Difficile che un bambino dica «Da grande voglio fare l’editore», come ben si sottolinea nell’introduzione a Il resto è buio e vanità. Neri Pozza: scene di una vita (Neri Pozza) di Luca Scarlini. Difficile dunque, visto che a quell’età non si gioca con inchiostri e manoscritti, comprendere chi ne avrà la vocazione e il flair e impossibile nel caso di Pozza, in cui «l’alto artigianato» editoriale è tenuto insieme da un «ethos mai tradito»: «Ognuno ha da seguire la propria vocazione... Il resto per me è buio e vanità». Nella frase che dà il titolo al libro tratta da una lettera del 4 aprile 1956 a Goffredo Parise che critica duramente il suo romanzo Il fidanzamento - c’è tutto l’uomo, la sua poetica, le sue intenzioni.
A questo genere di uomo e alla sua amata Vicenza è dedicato un ritratto per frammenti - lettere, diari, cataloghi, corrispondenze conservate alla Biblioteca Bertoliana di Vicenza - del vicentino che da scultore mancato e poi incisore per amore dei libri diventò uno degli editori più ostinati del secondo Novecento. Scarlini, scrittore e drammaturgo abituato a muoversi tra più mestieri dell’arte, parte da infanzia e gioventù ribelli (come i suoi capelli lunghi) di Neri, che al ginnasio era «il peggiore alunno dello stabilimento», messo a bottega da un falegname e salvato dalla noia di provincia dall’incontro con l’intagliatore socialista Angelo Margarita detto il Mola, che gli regala Povera gente di Dostoevskij, perché un giovane senza istruzione è «un sacco vuoto, destinato a una vita sbagliata».
Scarlini ricostruisce la Vicenza degli anni Trenta e l’ambiente artistico che Pozza frequenta in quegli anni: una «gaia gioventù» - nome ispirato ai versi del poeta Antonio Barolini - di pittori, scultori, orafi, incisori, un cenacolo con velleità internazionali, in cui troviamo Maurizio Girotto, Italo Valenti, Otello De Maria, Gastone Panciera e l’unica donna, Nerina Noro. Da questa rete nascono le prime case editrici di Pozza: All’Insegna dell’Asino Volante nel 1938, il Pellicano nel 1940 e il clamoroso successo (cinquemila copie), nato dall’incontro del 1940 con il classicista Manara Valgimigli, delle liriche di Saffo da lui tradotte. Poi la Resistenza, l’arresto, le Stagioni del carcere scritte all’impronta nel ’44, e infine, dal 1946, il marchio che porta il suo nome, costruito insieme alla moglie scrittrice Lea Quaretti.
Carattere spigoloso e anelito al controllo totale, da cui derivano rotture e fedeltà di molti autori, segnano tutto il percorso editoriale di Pozza, che vede al cuore la relazione «complessa e determinante» con Parise, scoperto ventiduenne nel 1951 con Il ragazzo morto e le comete e poi perso, romanzo dopo romanzo. Nel racconto scorrono il carteggio con Dino Buzzati, la tragicomica vicenda del pantagruelico Primo libro delle favole di Carlo Emilio Gadda, il Pozza narratore tardivo (l’esordio è per Vallecchi a sessant’anni, con Processo per eresia), la sorprendente pubblicazione di Montale e la sensibilità per le liriche in generale, mentre il motivo per cui investe sui versi rivela ancora una volta la sua coerenza ostinata e contraria: «Non è un affare stampare libri di poesia in un mondo che tira alle cose più perfide e volgari, ma è sempre una testimonianza civile e noi vogliamo lavorare per il domani».
