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Politica economica

Bene il Pil ma zavorra grillina

Meglio guardare avanti. E scoprire che la stessa Istat ha ieri certificato un’economia che, nel presente, funziona meglio del previsto

Industria manifatturiera, Italia in testa nell'Unione

Rigore è quando arbitro fischia, diceva Vujadin Boškov, allenatore filosofo, per sintetizzare che nel calcio, come nella vita, conta solo il verdetto finale. Ieri l’Istat ha sentenziato che nel 2025 il bilancio dello Stato ha avuto un deficit di 69,7 miliardi, pari al 3,08% del Pil. Quindi, per meno di due miliardi, l’Italia non sta sotto al 3% e resta in «procedura d’infrazione». Una soglia che era e resta l’obiettivo del 2026: non era in programma arrivarci prima. Certo, è un peccato. Per avere qualche grado di libertà in più nella spesa, bastava uno 0,08 in meno, due miliardi. Ma l’Istat, che trasferisce i suoi dati a Eurostat a livello Ue, non fa sconti. E prendersela con l’arbitro non ha senso. Meglio guardare avanti. E scoprire che la stessa Istat ha ieri certificato un’economia che, nel presente, funziona meglio del previsto. Il 3% di deficit non è stato centrato in anticipo per gli errori del passato: nel 2025 la coda dei crediti d’imposta legata ai Superbonus ha inciso per 5 miliardi. Senza questa che Eurostat equipara a una spesa corrente, il disavanzo sarebbe stato del 2,86%. Ma c’è di più: i crediti legati al Superbonus erogati tra 2021 e 2025 hanno aumentato il debito pubblico di 80 miliardi, che costano almeno altri 2 miliardi l’anno di interessi in deficit. In altri termini, dal lato politico, il governo di centro destra paga oggi il conto lasciato ieri dall’esecutivo giallo verde, il cui leader Giuseppe Conte punta a tornare domani a Palazzo Chigi. Nel presente, invece, l’Italia cresce e senza trucchi: ieri Istat ha rivisto al rialzo il Pil del 2024 dello 0,3% portandolo a +1,1%, e quello del 2025, l’anno dei dazi, dello 0,1%, a +0,6%, mentre per il 2026 è atteso un +1%. Nel complesso, ci troviamo davanti a un triennio di crescita non banale. E non è un caso: le revisioni Istat riflettono la maggiore occupazione creata in questi anni, che ha generato più valore di quanto i modelli economici non stimassero. E questo vale, paradossalmente, anche per la maggior pressione fiscale: è aumentata, spiace e alimenta critiche. Salvo però realizzare che un milione in più di lavoratori pagano tasse e contributi che prima non c’erano.

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