Leggo che Antonio Tajani, vice premier, ministro e leader di Forza Italia, ha un piano per gli italiani: intervenire sulle storiche storture della burocrazia quale prima decisiva tappa di una rivoluzione liberale. Per cittadini e imprese che convivono con il «dacci oggi il nostro intralcio quotidiano», si tratta di un ottimo segnale ferragostano. Il pensiero liberale si regge su un assunto: rispondere in concreto alla domanda di libertà che proviene dal Paese reale, dai volti delle persone impegnate dal desiderio di costruire. Silvio Berlusconi, quando ha lanciato la sua sfida ai massimalismi, aveva chiarissimi i valori che andavano promossi con forza da una politica coraggiosa e lungimirante. Concetti ribaditi con umanità e passione civile nell’ultimo scritto, vergato a mano, nella stanza d’ospedale.
Ovviamente, il «piano» di Tajani, va in quella direzione. In nome della libertà. Il suo affondo contro l’insopportabile burocrazia che strozza la vita non è allora un preoccupata sottolineatura estiva di una storica deriva italiana, ma una riflessione programmatica, un principio che è già azione. Va detto che in questa legislatura il governo ha operato per eliminare norme desuete allo scopo di semplificare una moltitudine di procedure amministrative. Molto resta da fare, però. Si pensi solo al costo della burocrazia sulle imprese che tocca i 57,2 miliardi di euro. Ecco perché non è per nulla esagerato affermare che l’economia reale è tutti i giorni sotto attacco della cattiva burocrazia. Non della burocrazia in sé ma, per l’appunto, della sua parte, assai rilevante, che non funziona. È come per il colesterolo: si combatte solo quello cattivo. Gli statalisti non si strappano le vesti sulla materia spinosa della burocrazia. Per la semplice ragione che quelle lungaggini pubbliche che rallentano qualsiasi intrapresa sono farina del loro sacco. Cioè, appartengono a una concezione dello Stato dirigista e pervasiva. In una parola: ideologia burocratica.
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