Senza la farmaceutica il racconto dell’economia italiana sarebbe incompleto. Nel 2025 il settore ha prodotto 74 miliardi, leader in Europa, ed esportato per 69 miliardi: dopo la meccanica è il fiore all’occhiello del nostro export. Gli addetti diretti sono 72.200, oltre 300mila con la filiera. «Le imprese farmaceutiche hanno già contribuito per il 33% all’obiettivo di 700 miliardi di esportazioni fissato dal governo per il 2027», ha rivendicato il presidente di Farmindustria, Marcello Cattani.
Il quadro globale, però, si fa più duro. Con la politica della «nazione più favorita», lanciata a maggio 2025, Washington chiede all’Europa di allineare i prezzi dei farmaci, oggi molto più bassi, a quelli americani, e le aziende spostano capitali oltreoceano. Fino a marzo scorso, ha spiegato Cattani, «si registrava una riduzione del 40% nei lanci di nuovi farmaci nel continente europeo», mentre gli Usa «si sono già aggiudicati più di 400 miliardi» di investimenti. In Italia pesa anche il payback, il ripiano a carico delle imprese degli sforamenti della spesa pubblica, salito a 2,4 miliardi: «una tassa sulle tasse che mette a rischio la competitività». Eppure, assicura, il Paese «ha tutte le carte in regola» per attrarre nuovi investimenti, «ma servono scelte veloci e coraggiose».
Qui la taglia conta. I gruppi italiani, pur multinazionali, restano piccoli rispetto ai colossi americani ed europei e quindi più esposti. Recordati, controllata dal fondo Cvc, è oggetto dell’Opa lanciata con la belga Gbl per il delisting; Rottapharm è passata alla svedese Meda e poi all’americana Mylan. Restano italiane Menarini, Chiesi, Angelini, Zambon, Alfasigma e Dompé, cresciute con acquisizioni all’estero e puntando su nicchie ad alto valore come le malattie rare. Alleanze e aggregazioni sono la strada obbligata per fare dell’Italia, come chiede Cattani, «un hub per gli investimenti».
