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Politica economica

La sovranità energetica non è uno slogan: è la nuova frontiera della competitività italiana

Ridurre la dipendenza dall’estero senza rinunciare alla decarbonizzazione: la partita passa da rinnovabili, reti, gas, ricerca e nuovi reattori

Il nucleare vale 50 miliardi l’anno e renderebbe le bollette meno care

Per decenni l’Italia ha discusso di energia come se fosse soltanto una questione ambientale. Oggi è evidente che è anche una questione industriale, economica e strategica. Il punto non è scegliere tra ambiente e sviluppo, ma costruire un sistema energetico capace di garantire sicurezza, prezzi competitivi e decarbonizzazione.

C’è un’immagine che racconta bene una delle grandi contraddizioni della politica energetica europea: una centrale nucleare perfettamente integrata nel territorio, una comunità che convive con l’impianto, migliaia di posti di lavoro legati a una tecnologia considerata strategica e, sullo sfondo, un Paese che continua a interrogarsi sul proprio futuro energetico.

La fotografia dell’esempio svizzero da cui parte questa riflessione racconta un fatto semplice: l’energia non è soltanto ciò che esce da una presa elettrica. È industria, lavoro, sicurezza nazionale, ricerca, infrastrutture, competenze e capacità di decidere il proprio futuro. E forse è proprio da qui che dovrebbe ripartire il dibattito italiano. Il vero costo dell’energia non è soltanto quello scritto in bolletta.

L’Italia non può realisticamente aspirare, nel breve periodo, a una completa autosufficienza energetica. Può però puntare a qualcosa di altrettanto importante: ridurre strutturalmente la propria dipendenza dalle importazioni e diversificare le fonti di approvvigionamento.

Nel 2024 l’Italia figurava tra i Paesi dell’Unione europea nei quali il gas naturale rappresentava la quota più rilevante delle importazioni energetiche, pari al 37%.

È un dato che dovrebbe far riflettere seriamente. Perché quando un Paese importa una parte consistente dell’energia necessaria a far funzionare fabbriche, acciaierie, ceramiche, cartiere, aziende chimiche, aziende alimentari, aziende agricole trasporti e servizi, non importa semplicemente una materia prima.

Importa una parte della propria competitività. E quando sui mercati internazionali arrivano una guerra, una crisi geopolitica, una rottura delle catene di approvvigionamento o una forte oscillazione dei prezzi, il problema entra direttamente nei bilanci delle imprese e di conseguenza dello Stato.

Nel 2024 il prezzo dell’elettricità pagato dalle imprese italiane è diminuito rispetto all’anno precedente, ma ARERA ha rilevato che il prezzo lordo medio per i clienti non domestici italiani, pari a 26,52 centesimi di euro per kWh, rimaneva superiore di oltre il 24% rispetto alla media dell’area euro.

E qui emerge la questione fondamentale. Un’azienda che spende di più per l’energia dispone di meno risorse per assumere, innovare, acquistare nuovi macchinari, digitalizzarsi e conquistare mercati esteri.

La bolletta energetica diventa quindi, indirettamente, una tassa sulla competitività. Il denaro che esce dal Paese non finanzia la nostra innovazione anzi la indebolisce. Immaginiamo un’impresa manifatturiera italiana. Ogni anno deve destinare una parte importante del proprio fatturato all’acquisto di energia e combustibili.

Quei soldi non possono essere utilizzati per: acquistare un nuovo macchinario, sviluppare un brevetto, assumere ingegneri, automatizzare la produzione, investire nell’intelligenza artificiale, aprire un nuovo stabilimento,aumentare gli stipendi e finanziare ricerca e sviluppo.

Non significa che ogni euro speso per energia importata sia necessariamente “perso”: l’importazione fa parte del normale commercio internazionale. Ma significa che una forte dipendenza strutturale dall’estero espone l’economia nazionale a prezzi e condizioni che l’Italia non controlla.

Ed è questa la vulnerabilità che dovremmo affrontare con serietà e lungimiranza. L’Unione europea nel 2024 ha importato energia per circa 376 miliardi di euro. Il petrolio e i prodotti petroliferi hanno rappresentato il 67% delle importazioni energetiche dell’UE, il gas il 24%.

La questione, dunque, non riguarda soltanto l’Italia. È diventata una delle grandi questioni strategiche dell’Europa. E allora bisogna smettere di scegliere tra “verde” e “industria”.

Per troppo tempo il dibattito italiano è stato raccontato come una contrapposizione binaria: rinnovabili oppure nucleare, ambiente oppure industria, estrazioni oppure tutela del territorio, sviluppo oppure sostenibilità.

La realtà tecnologica è molto più complessa. Un sistema energetico moderno può avere bisogno contemporaneamente di: solare, eolico, idroelettrico,reti, efficienza, interconnessioni, gas nella fase di transizione, nucleare e ricerca sulle tecnologie future.

Non esiste una singola tecnologia capace di risolvere da sola il problema. E soprattutto, la decarbonizzazione non dovrebbe significare la rinuncia alla competitività industriale.

Dovrebbe significare l’esatto contrario: costruire una nuova industria intorno all’energia pulita, sicura e competitiva. Il nucleare di nuova generazione cambia il dibattito. Qui arriva una delle partite più interessanti. L’Europa non sta discutendo il nucleare soltanto come tecnologia del passato.

La Commissione europea ha varato nel marzo 2026 una strategia specifica per accelerare lo sviluppo e la diffusione degli Small Modular Reactors, gli SMR, con l’obiettivo di favorire i primi progetti europei già nei primi anni Trenta.

Gli SMR sono concepiti come reattori più piccoli e modulari rispetto alle grandi centrali tradizionali. La Commissione indica taglie indicative che possono arrivare fino a circa 300 MW elettrici e sottolinea l’impiego di sistemi di sicurezza passivi in molte delle tecnologie sviluppate.

Non significa che gli SMR siano automaticamente economici, privi di problemi o già pronti per una diffusione commerciale su larga scala. Significa però che la tecnologia nucleare sta attraversando una nuova fase di ricerca e industrializzazione. E l’Italia non dovrebbe permettersi di guardarla dalla finestra. La partita italiana, peraltro, è già iniziata.

Il 23 settembre 2026 il Senato ha approvato definitivamente la delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile, non ancora pubblicata alla data dell’iter parlamentare consultato. Il provvedimento delega il Governo a disciplinare il nucleare anche nell’ottica della sicurezza e dell’indipendenza energetica e del contenimento dei costi energetici per famiglie e imprese.

È un passaggio importante perché dimostra che il tema non appartiene più soltanto alla discussione teorica.

Adesso la vera domanda diventa: quanto velocemente riuscirà l’Italia a trasformare una scelta legislativa in competenze, ricerca, autorizzazioni, filiere industriali e impianti? Perché il rischio è quello che abbiamo già visto troppe volte. Discutere per dieci anni. Studiare per altri cinque. Fare una commissione. Creare un tavolo e scrivere un piano. E poi scoprire che nel frattempo altri Paesi hanno costruito università, aziende, brevetti, competenze e industrie. Mentre noi ancora non abbiamo iniziato neppure a discuterne seriamente.

Non dobbiamo diventare soltanto clienti delle tecnologie degli altri. Questo è forse il punto più importante. La politica energetica non dovrebbe limitarsi a decidere dove comprare energia. Dovrebbe decidere quali tecnologie vogliamo essere capaci di produrre nel nostro paese.

Se l’Europa stima che saranno necessari circa 241 miliardi di euro di investimenti nel nucleare entro il 2050, includendo estensioni di vita degli impianti esistenti e nuove grandi centrali, oltre a investimenti aggiuntivi in SMR, AMR e fusione, è evidente che dietro l’energia esiste una gigantesca partita industriale.

Chi costruirà quei reattori? Chi produrrà i componenti? Chi svilupperà i sistemi di sicurezza? Chi farà ricerca sui materiali? Chi svilupperà i software? Chi costruirà le turbine? Chi formerà gli ingegneri? Chi gestirà il ciclo del combustibile? Chi svilupperà i sistemi di riciclo e gestione dei rifiuti? Questa è politica industriale. E l’Italia ha una tradizione scientifica, ingegneristica e manifatturiera che potrebbe permetterle di partecipare a questa filiera.

Non necessariamente costruendo tutto da sola. Ma certamente evitando di arrivare quando il mercato sarà già stato conquistato da altri. E il gas? E il petrolio? Anche qui serve un dibattito meno ideologico.

Continuare a utilizzare gas e petrolio nel sistema energetico attuale non significa necessariamente voler rinunciare alla transizione energetica. Allo stesso tempo, aumentare la produzione nazionale non significa automaticamente diventare indipendenti.

Le risorse italiane sono limitate rispetto ai consumi nazionali. Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica pubblica regolarmente i dati sulla produzione nazionale di gas naturale e petrolio proveniente dalle concessioni italiane, sia terrestri sia offshore.

La domanda corretta, quindi, non dovrebbe essere: “Trivellare sì o no?” Dovrebbe essere: “Qual è il livello economicamente, ambientalmente e strategicamente conveniente di produzione nazionale che l’Italia può sostenere?” Se esistono risorse sfruttabili in sicurezza, con controlli ambientali rigorosi e convenienza economica, è ragionevole almeno valutarle.

Se un progetto non è tecnicamente, economicamente o ambientalmente sostenibile, deve essere respinto sulla base di dati e procedure trasparenti. Non sulla base di proteste da parte di ambientalisti radicali che da anni bloccano l’evoluzione energetica del nostro paese. La politica energetica seria non dovrebbe partire dal “sì a tutto” o dal “no a tutto”. Dovrebbe partire dalla parola “valutare”. Ma poi decidere e concretizzare.

Il problema non sono le proteste. Il problema è quando il veto diventa permanente. Una democrazia deve necessariamente permettere ai cittadini, alle associazioni ambientaliste, alle imprese e alle comunità locali di contestare i progetti. Il dissenso non è un ostacolo da eliminare. È parte del processo democratico.

Ma esiste anche l’altra faccia della medaglia. Un Paese non può trasformare ogni infrastruttura strategica in un progetto infinito. Una strada. Un elettrodotto. Un gasdotto. Un impianto rinnovabile. Un sistema di accumulo. Una centrale nucleare di ultima generazione super sicura.

Un terminale. Una linea ferroviaria. Un sito industriale. Una rete energetica. Tutto può incontrare opposizione.

E se ogni opposizione producesse automaticamente un blocco indefinito, nessun grande progetto nazionale potrebbe mai essere realizzato.

La soluzione sta anche nell’autorevolezza dello Stato, se un progetto porta più modernizzazione, sviluppo in totale sicurezza e un risparmio per il sistema paese, proprio lo Stato dovrebbe usare il pugno di ferro contro chi vuole fermare questa innovazione. Protestare è un diritto bloccare il futuro di un paese no.

La soluzione deve essere uno Stato forte nelle regole. Tempi certi. Valutazioni ambientali rigorose. Trasparenza. Compensazioni territoriali quando appropriate. Consultazioni reali. Controlli indipendenti.

E, una volta concluse le procedure previste dalla legge, decisioni definitive e attuabili. La sicurezza dei cantieri e delle infrastrutture strategiche deve essere garantita dalle autorità competenti nel rispetto della legge; l’impiego ordinario delle Forze dell’ordine contro manifestazioni civili, invece, trasformerebbe un problema di politica energetica in un problema di ordine pubblico e libertà democratiche. Questo però non può permettere a pochi di decidere per il futuro di un intero paese. E se un progetto è strategico per il futuro del nostro paese si deve mettere in atto senza se e senza ma.

Il punto non è impedire alle persone di protestare. Il punto è impedire che il diritto di protesta si trasformi in un diritto di veto permanente. La vera indipendenza energetica è avere molte opzioni. L’errore sarebbe pensare che l’indipendenza energetica significhi chiudere i confini e produrre tutto in casa.

Nel mondo moderno non funziona così. L’obiettivo realistico è un altro: dipendere da molti meno fattori incontrollabili. Avere più produzione nazionale. Avere più rinnovabili. Avere sistemi di accumulo. Avere reti elettriche moderne. Avere interconnessioni europee. Avere gasdotti e rigassificatori diversificati. Avere riserve strategiche. Avere produzione nazionale di gas dove economicamente e ambientalmente sostenibile.

Avere ricerca sul nucleare ed iniziare a costruire centrali nucleari di ultima generazione sicure. Avere una filiera industriale nazionale ed europea per gli SMR. Avere università capaci di formare ingegneri. Avere imprese capaci di esportare tecnologie. E soprattutto: non dipendere da una sola fonte, da un solo Paese o da una sola tecnologia.

Il nuovo “Made in Italy” potrebbe partire proprio dall’energia. C’è un paradosso interessante. Per decenni abbiamo considerato l’energia soprattutto come un costo. Potremmo invece iniziare a considerarla come un settore industriale nel quale investire. Pensiamo alla quantità di lavoro che potrebbe generare una strategia nazionale coordinata: ricerca, università, ingegneria, componentistica,costruzioni ,elettronica, automazione, software, sicurezza, manutenzione, formazione e esportazione.

Non sarebbe soltanto una politica energetica. Sarebbe una vera e propria politica industriale. L’Unione europea, del resto, sta già collegando esplicitamente gli SMR alla competitività industriale, alla sicurezza energetica e alla costruzione di catene produttive europee.

L’Italia dovrebbe chiedersi se vuole essere parte di quella filiera. Oppure se preferisce acquistare domani dai Paesi che oggi stanno sviluppando la tecnologia. La lezione della Svizzera: l’energia è anche cultura industriale dalla quale attingere. Torniamo allora alla fotografia iniziale. Non è importante stabilire se la Svizzera rappresenti un modello perfetto da importare in Italia. Probabilmente non lo è.

La sua storia energetica, la sua struttura istituzionale e le sue condizioni territoriali sono differenti. Ma quella fotografia suggerisce una domanda interessante: come è possibile che una tecnologia possa essere contemporaneamente impianto industriale, fonte energetica, datore di lavoro e parte del paesaggio quotidiano?

È una domanda che l’Italia dovrebbe porsi senza pregiudizi. Perché il problema italiano non è semplicemente avere o non avere centrali nucleari. Il problema è aver avuto troppo spesso difficoltà a decidere una strategia energetica stabile per i prossimi trenta o cinquant’anni.

E l’energia non funziona con gli orizzonti della legislatura. Una centrale nucleare non si costruisce in un mandato elettorale. Una rete elettrica non si ammoderna in due anni. Una filiera industriale non nasce con un decreto. Un ingegnere specializzato non si forma in sei mesi.

Il tempo è la risorsa che l’Italia non può più sprecare. L’Europa sta accelerando. La Commissione europea punta a rendere possibili i primi progetti SMR europei nei primi anni Trenta e stima, nello scenario del proprio programma nucleare, una possibile capacità SMR nell’UE compresa tra 17 e 53 GW entro il 2050.

Questo non significa che quei numeri siano garantiti. Significa che la finestra tecnologica è aperta adesso. E ogni anno trascorso senza investire in ricerca, competenze, autorizzazioni e industria è un anno nel quale qualcun altro può costruire un vantaggio competitivo.

Per questo il vero interrogativo non dovrebbe essere:” Nucleare sì o no?” Dovrebbe essere: “Quale sistema energetico vogliamo consegnare all’Italia del 2040 e del 2050?”. Una nazione che importa quasi tutta l’energia che consuma?

Oppure una nazione che produce una quota maggiore della propria energia, diversifica le fonti, dispone di infrastrutture moderne, sviluppa tecnologie proprie e utilizza il mercato internazionale come integrazione, non come condizione di sopravvivenza?

L’Italia non deve diventare “anti-ambientalista” per diventare industriale ma a tutto c’è un limite. E non deve diventare “anti-industriale” per essere sostenibile. Deve diventare tecnologicamente adulta. Significa poter dire sì alle rinnovabili quando sono efficienti. Sì agli accumuli. Sì alle reti. Sì alla ricerca. Sì all’efficienza energetica. Sì alle risorse nazionali di gas e petrolio quando siano realmente convenienti e compatibili con rigorosi standard ambientali.

Sì al nucleare di nuova generazione se le valutazioni tecniche, economiche e di sicurezza ne confermeranno la convenienza. Sì alla formazione. Sì all’industria. Sì alla ricerca italiana ed europea.

Ma anche no ai progetti privi di sostenibilità economica o ambientale, indipendentemente dall’orientamento ideologico di chi li propone. Perché questa dovrebbe essere la nuova maturità italiana: non decidere prima ciò che vogliamo dimostrare e poi cercare i dati per sostenerlo.

Prima i dati. Poi la tecnologia. Poi la valutazione. Poi la decisione. E, una volta presa democraticamente e secondo le regole, la capacità dello Stato di realizzarla.

Perché alla fine la questione energetica non riguarda soltanto l’energia. Riguarda il prezzo di una bottiglia prodotta in Italia. Il costo di una tonnellata di acciaio.Il futuro di una fabbrica. La possibilità di assumere un giovane ingegnere. La capacità di un’impresa di investire in un nuovo robot. La possibilità di finanziare ricerca.

La competitività del Made in Italy. La sicurezza nazionale. E, in ultima analisi, la libertà di un Paese di scegliere il proprio futuro senza essere costantemente ricattabile dalle condizioni del mercato energetico internazionale e ne ricattabili da coloro che dicono sempre

NO a tutto a prescindere. L’Italia non deve promettere l’impossibile autosufficienza energetica. Deve costruire autonomia strategica. È una differenza enorme. Perché essere autonomi non significa non avere bisogno di nessuno. Significa avere abbastanza alternative da non essere ostaggio di nessuno.

E forse è proprio questo il grande investimento che l’Italia dovrebbe cominciare a fare oggi. Non soltanto nuove centrali. Non soltanto nuovi pozzi. Non soltanto nuovi pannelli. Ma una nuova cultura nazionale dell’energia: meno ideologica, più tecnologica, più industriale e soprattutto capace di guardare al 2050 invece che alla prossima protesta o alla prossima legislatura.

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