L’eccellente risultato ottenuto dal giudizio di Moody’s, con l’Italia che mantiene il suo giudizio nel rating, dovrebbe stimolare il governo a basare maggiormente la sua comunicazione, sul terreno, seppur molto scivoloso, dell’economia e degli effetti che si stanno manifestando positivamente sulla crescita e la resilienza dell’economia nostrana seppur di fronte allo choc dei prezzi dell’energia, derivati dalla guerra in Medio Oriente, una condizione che consente all’agenzia di prevedere la crescita del Pil 2026 prossima al punto percentuale. Ad aumentare la potenzialità espressa nel giudizio positivo c’è la valorizzazione del calo costante del deficit e, seppur in misura non ancora significativa, del debito pubblico. Il cui peso sull’economia si riflette negativamente sulla spesa per interessi che salirà ad oltre il 4%, pari ad uno 0,4% in più dell’anno in corso.In sintesi il governo e l’economia italiana stanno incamminandosi, seppur con fatica, a posizionarsi in posizioni nettamente migliori di quelle che c’erano con i governi precedenti. Le sfide da superare sono ancora molteplici e riguardano il costo della vita e la sua incidenza sul potere di acquisto e parimenti l’entità degli investimenti, sia pubblici, che privati, verso una modernizzazione che tarda a concretarsi, anche nel privato, a causa della dimensione delle imprese, in gran maggioranza piccole, sotto capitalizzate e soggette ad una burocrazia che ne ingessa e appesantisce la capacità di raggiungere redditività maggiori che andrebbero ad incidere positivamente sui salari.
L’accelerazione impressa dall’innovazione tecnologica da noi è stata raggiunta solo dai pochi grandi gruppi a capitale italiano e da banche e assicurazioni, la cui premialità nei bilanci deriva proprio dall’innovazione. Il ritardo di competitività delle imprese italiane è dovuto in primis ad una produttività che resta inferiore di 1-2 punti a quella dei competitor europei , ma anche dai limitati investimenti che dovrebbero avera una maggiore spinta dalla politica industriale da realizzarsi dal governo
a braccetto con le categorie economiche. Una politica che preveda stabilità nelle regole e agevolazioni permanenti nell’erogazione di sostegni, la cui entità deve essere soggetta al mantenimento delle produzioni in Italia e alla forza lavoro. Ormai da decenni manca una politica industriale, ma anche commerciale, che stabilisca obiettivi socio-econmici, le cui ricadute producano effetti positivi non solo sui dipendenti ma anche sulla categoria degli autonomi, costituita da oltre 5 milioni di Partite Iva, la cui stragrande maggioranza ha giri di affari inferiori al milione di euro e redditività sovente inferiore a quelle medie del sistema europeo. Al centro dell’agenda del governo sarebbe opportuno risultassero proprio gli obiettivi prima descritti, in grado di interessare la grande maggioranza delle famiglie italiane, un motivo essenziale per poter governare il paese.
