Il caso Taranto è il più rumoroso, ma non è l’unico. Negli ultimi anni quasi tutti i grandi poli siderurgici del Paese sono stati messi in discussione, a colpi di sentenze, gare, rinvii e veti incrociati. Eppure stiamo parlando di un settore di primo piano. Secondo il rapporto di Federacciai sul 2024, l’Italia ha prodotto 20 milioni di tonnellate di acciaio, è il secondo produttore dell’Unione europea dopo la Germania e il dodicesimo al mondo e conta circa 72mila addetti diretti, a fronte di un consumo interno di 26 milioni di tonnellate che costringe già a importarne 18,5 milioni. E soprattutto è il primo mercato europeo per produzione da forno elettrico, che vale il 90% del totale: l’acciaio italiano è, nei fatti, già tra i più «verdi» del continente. I conti però scricchiolano. La produzione è scesa del 5% in un anno e lo studio «Bilanci d’acciaio 2025» di Siderweb ha registrato nel 2024 un calo del 9% del fatturato, del 29% dell’Ebitda e del 30% degli utili. Il primo fattore di criticità indicato dalle aziende resta il costo dell’energia, seguito dalle politiche green dell’Ue e dalla concorrenza sleale.
Le scelte, invece, sono spesso mancate. Prendiamo l’ex Ilva, un caso che si trascina da oltre un decennio. A Taranto la Regione Puglia si è costituita in giudizio a sostegno dell’azione inibitoria contro lo stabilimento e l’ex governatore Michele Emiliano ha salutato come «epocale» la sentenza europea che apriva alla sospensione dell’attività. Oggi il piano ponte del governo prevede 8.622 addetti in cassa integrazione tra Taranto, Genova e Novi Ligure. Ad aspettare gli esiti giudiziari c’è anche il gruppo Marcegaglia, che con altre 13 imprese coordinate da Federacciai ha presentato una manifestazione di interesse non vincolante per l’ex Ilva.
«Noi non siamo finanziari, siamo industriali», ha chiarito Emma Marcegaglia, presidente e ad della holding, convinta che «un futuro per l’Ilva può esserci, ma servono investimenti e aiuti pubblici». Il gruppo ha chiesto e ottenuto una proroga per consegnare l’offerta. Intanto, secondo indiscrezioni, Marcegaglia sarebbe tra le aziende pronte a fornire bramme per non fermare i laminatoi.
Non è un caso che a muoversi sia il gruppo mantovano, una delle poche storie italiane dell’acciaio in piena espansione. Con 7.800 dipendenti, 36 stabilimenti in quattro continenti e 6,5 milioni di tonnellate lavorate l’anno, Marcegaglia ha chiuso il 2025 con 6,6 miliardi di ricavi e ne stima 7,2-7,3 per il 2026. Gli investimenti salgono da 250 a 400 milioni l’anno e l’obiettivo al 2030 è di dieci miliardi di fatturato, «un miliardo di Ebitda, zero debiti, zero emissioni». Con l’acquisizione Strategie In alto Emma Marcegaglia, presidente e ad dell’omonimo gruppo. In basso l’impianto siderurgico dell’ex Ilva di Taranto per cui la Corte d’Appello di Milano ha chiesto la chiusura dell’area a caldo nel 2024 del sito francese di Fos-sur-Mer il gruppo si è allargato alla produzione: «Era necessario per proteggerci. Copriremo il 40% del nostro fabbisogno di materia prima», ha spiegato il presidente Antonio Marcegaglia. Lì sorgerà un forno elettrico da circa 2 milioni di tonnellate, espandibile a 3,5: e non è un dettaglio che si tratti della Francia, dove l’elettricità costa meno. Il costo dell’energia, ha ricordato Emma Marcegaglia, «continua a rappresentare un grande gap competitivo per l’Italia».
A Piombino il progetto della nuova acciaieria elettrica di Metinvest e Danieli, che aveva ottenuto 285 milioni dal Mimit, è di nuovo appeso a un filo: il socio ucraino valuta l’uscita. A Terni l’accordo di programma per Acciai Speciali Terni, il polo del gruppo Arvedi, è stato firmato solo nel giugno 2025, dopo tre annidi rinvii. A Bolzano le Acciaierie Valbruna della famiglia Amenduni hanno rischiato di perdere l’area dello stabilimento, messa a gara dalla Provincia con una base d’asta di 150 milioni, più del doppio del canone in vigore. La gara è andata deserta e solo a settembre, dopo un anno di proteste, è arrivata una concessione trentennale.In Sicilia Duferco, il gruppo presieduto da Antonio Gozzi, che guida anche Federacciai, ha disposto a Giammoro «la soppressione definitiva del ciclo produttivo di laminazione». E nel Bresciano anche la Feralpi di Giuseppe Pasini avverte che la domanda c’è, «ma pesa lo shock energetico».
Il filo che lega queste storie è sempre lo stesso: un’industria che ha investito per decarbonizzare prima e meglio dei concorrenti europei, ma che deve fare i conti con l’energia più cara del continente e con una politica che troppo spesso ha visto nelle acciaierie un problema da contenere più che un asset da difendere. Una cecità che rischia di costare cara, perché senza acciaio non c’è manifattura, e senza manifattura l’Italia smette di essere la seconda potenza industriale d’Europa.
