L’ultimo World Economic Outlook del Fondo Monetario (ottobre 2026) certifica la lentezza relativa con cui avanza l’economia dell’Unione europea. Negli Stati Uniti la crescita 2026 e 2027 è prevista stabile al 2,3%. La Cina è vista in calo, dal 5% del 2025 al 4,5% nel 2026 e al 4% nel 2027. Per la Ue si prevede un + 1,4% sia nel 2026, sia nel 2027. Mentre al suo interno, l’Eurozona fa un po’ peggio: dall’1,2% del 2025 all’1,1% nel 2026, con inflazione in risalita al 3,1%. Il tema del rilancio dell’Europa nello scenario competitivo mondiale resta dunque attuale, ma chi ha provato a fornire un dettagliato elenco di «cose da fare», come Mario Draghi, è rimasto sostanzialmente inascoltato.
Lo stato dell’arte è noto: la capacità di spesa pubblica è pressoché esaurita e l’esperienza della pandemia del 2020 ha mostrato l’importanza di avere un cuscinetto per altre future emergenze. Mentre l’architettura dell’Unione non contempla istituzioni comuni né per i mercati finanziari, né per la politica fiscale.
L’unico reale potere comunitario, peraltro limitato a 21 Stati membri su 27, è quello delegato alla Banca Centrale Europea per la politica monetaria. E qui sta anche il grande punto debole dell’Eurozona: la Bce ha nel suo statuto la stabilità dei prezzi (il controllo dell’inflazione), mentre non è di sua competenza la crescita economica. Di qui l’equivoco, spesso diffuso, che quando la Bce alza i tassi d’interesse lo fa senza pensare al Pil. In realtà Francoforte si muove sempre e solo secondo quello che è il suo mandato. Il confronto con un’economia dirigista e guidata dal partito unico, come la Cina, è dunque perdente per definizione. Il suo vantaggio sta in sussidi, credito pubblico, economie di scala che in Europa non esistono.
Mentre rispetto agli Usa c’è un tema di regole (sulla concorrenza, sulle fonti di energia, sulla tassazione) che per gli americani sono da sempre meno stringenti delle nostre.
Secondo Kristalina Georgieva, direttrice del Fmi ed ex vicepresidente della Commissione, due sono le riforme più urgenti da attuare nella Ue: l’unione bancaria e dei mercati dei capitali, e l’integrazione del sistema energetico europeo. Per il Fondo, le barriere interne alla Ue equivalgono a dazi nell’ordine del 40% per i beni e oltre il 100% per i servizi. Con la prima di queste due riforme il Fondo stima che la Ue potrebbe trattenere 300 miliardi di risparmi privati che oggi attraversano l’Oceano e vanno a finanziare investimenti negli Usa, mentre con la seconda si abbatterebbero subito i costi dell’energia di almeno il 10%.
A detta di tutti, soprattutto le imprese, serve procedere con la semplificazione normativa. Dopodiché innovazione e scala tecnologica vanno messe al primo posto e finanziate attraverso strumenti di debito. Ma qui lo scontro tra i Paesi del nord, contrari a qualunque formazione di indebitamento comune, e i big del sud (Italia, Francia e Spagna) rimane alto. Con il rischio che antiche rivalità e pregiudizi azzoppino per sempre la rincorsa del Vecchio Continente.