Vizio di forma e di sostanza. L’Europa si prepara a riformare la direttiva sui prodotti del tabacco (Tobacco Products Directive), correndo il rischio di mandare in fumo miliardi di investimenti, decine di migliaia di posti di lavoro e una fetta consistente di Pil. Il formale vizio di fondo sta nell’orientamento di Bruxelles a equiparare le sigarette tradizionali e i prodotti innovativi a minor rischio: una parificazione miope, che nasconde la volontà di alzare le accise minime senza considerare i danni reali, quantificati peraltro da due recenti studi. Il primo report, dell’European Policy Innovation Council, stima che nell’Eurozona la differenza tra uno scenario restrittivo e uno «proporzionato al rischio» valga 79,6 miliardi di euro di Pil all’anno, 182mila posti di lavoro e 17,6 miliardi di investimenti persi tra il 2026 e il 2030. A vantaggio dei canali illeciti.
L’eventuale euro-diktat restrittivo avrebbe conseguenze pesanti anche e soprattutto sul nostro Paese, leader mondiale nella produzione ed export dei prodotti innovativi del tabacco. Uno studio dell’Università Cattolica a firma di Vincenzo Nardelli evidenzia infatti come nel 2023 la filiera italiana abbia generato 29,6 miliardi di Pil e 186mila occupati, con ricavi rappresentati per il 45% proprio dalle novità a base di nicotina.
Nel caso di una riforma Ue penalizzante, entro il 2030 l’Italia rischia un divario negativo fino a 13,6 miliardi di Pil, 90.900 occupati in meno e 4,4 miliardi di investimenti sfumati (con un calo diretto nel solo 2030 di 7,9 miliardi di Pil e 56mila posti). Analisi alla mano, entrambi gli studi richiamano la Commissione Ue alla cautela: sarà necessario «distinguere tra categorie di prodotto diverse, garantire certezza agli investimenti e rafforzare il contrasto al mercato illecito».
