La crisi energetica del 2022 esplosa dopo l’invasione russa dell’Ucraina ha mostrato quanto possa costare dipendere da un grande fornitore estero; il blackout spagnolo ha chiarito come la sicurezza elettrica richieda anche reti capaci di mantenere stabile il sistema; il conflitto in Medio Oriente ha ricordato che cambiare fornitori non basta a proteggersi dalle tensioni dei mercati mondiali; e infine l’Ai sta obbligando a generare quantità di energia crescente. Tirando le somme: l’Italia deve correre ai ripari sul fronte energetico. E l’apertura al nuovo nucleare non è più rinviabile.
La dipendenza dalle fonti di energia all’estero è ancora molto elevata, dato che la produzione interna di idrocarburi resta marginale. Secondo il Mase, nel 2025 l’Italia ha importato circa il 75% dell’energia necessaria al proprio fabbisogno. Nei primi sei mesi del 2026 sono stati importati complessivamente 10,5 miliardi di metri cubi di Gnl, con l’Algeria che si conferma il nuovo principale fornitore via gasdotto, coprendo il 35% del gas immesso nella rete. E anche se la crescita delle rinnovabili ha migliorato l’autonomia nazionale, il Paese continua a essere esposto a decisioni politiche, conflitti e interruzioni delle forniture di petrolio e gas che si verificano fuori dai suoi confini.
Dal 2022 l’Italia si è impegnata a rafforzare le proprie difese con gasdotti, nuovi accordi commerciali e rigassificatori, ma la situazione è sempre di un Paese dipendente. Diversificare le rotte ha ridotto il rischio di restare senza energia (come dimostrano gli stoccaggi di gas ormai al 90%) ma non elimina l’esposizione ai rincari a livello globale. Il ritorno al nucleare si impone, dunque, come fonte continuativa a basse emissioni (è nella tassonomia green Ue) che potrebbe «rianimare» lo scenario italiano. E il governo ha ottenuto il via libera del Parlamento alla legge delega, entrata in vigore il 15 ottobre, che apre al nucleare di nuova generazione, dove sono in prima fila Eni ed Enel. Il gruppo guidato da Claudio Descalzi (in alto in foto) è apripista della fusione nucleare a confinamento magnetico mentre quello guidato da Flavio Cattaneo (nella seconda foto) è con il 51% capofila della cordata Nuclitalia, fondata con Ansaldo Energia e Leonardo, per la fissione di nuova generazione. A cui si aggiunge la sperimentazione di Newcleo appena quotata a Wall Street.
Alessandro Dodaro, direttore del Dipartimento Nucleare di Enea, descrive il nuovo nucleare come una fonte capace di contribuire alla diversificazione, «integrandosi con le fonti rinnovabili e supportandone la continuità di esercizio».
La sua funzione sarebbe affiancare solare ed eolico riducendo il ricorso ai combustibili fossili quando la produzione meteorologica è insufficiente. Non solo: permetterebbe di generare «in casa» l’energia. Le dimensioni potenziali sono enormi. Le ipotesi illustrate dal ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin prevedono, al 2050, tra 8 e 16 GW nucleari per coprire rispettivamente circa l’11% e il 22% della domanda elettrica prevista.
Per comprenderne l’ordine di grandezza, un parco da 8 GW utilizzato al 90% produrrebbe, circa 63 TWh all’anno, ovvero una quantità pari a circa un quinto dell’attuale domanda elettrica italiana.
Secondo gli scenari elaborati e diffusi dall’ente per la Ricerca sul Sistema Energetico (Rse) tutto questo porterebbe a oltre 17 miliardi di minori costi energetici al 2050 grazie all’avvio e all’inserimento nel sistema dell’energia atomica. Una stima condizionata alle ipotesi tecnologiche e finanziarie adottate, che non equivale comunque a un risparmio già acquisito nelle bollette.
Con il nucleare resterebbe necessario approvvigionarsi di combustibile (in alcuni casi) e di servizi industriali ma lo scenario sarebbe comunque radicalmente diverso da quello attuale. Il basso fabbisogno di combustibile consentirebbe di costituire riserve strategiche e rendere il costo di produzione meno sensibile alle oscillazioni della materia prima. Restano invece determinanti l’investimento iniziale, il costo del capitale e il rispetto dei tempi di costruzione. Il rapporto Enea-Confindustria colloca un possibile primo impianto italiano al 2035: un orizzonte di scenario, subordinato alla realizzazione del programma, per cui è necessario muovere ora i primi passi con la rapida emanazione dei decreti attuativi, per i quali la legge concede dodici mesi, fino a ottobre 2027.
