Tutti cantano vittoria, ma la mobilitazione di massa degli elettori non restituisce alcuna certezza sul futuro governo in Israele. Lo Stato ebraico si conferma lacerato dalla contrapposizione fra pro e anti Netanyahu, di fronte a un rebus che toccherà sciogliere al presidente Isaac Herzog nelle prossime settimane, se non nei prossimi mesi. Manca il numero magico, quel 61 su 120 necessario per avere la maggioranza nella nuova Knesset, il Parlamento, e guidare il Paese. Ma questa non è una sorpresa. Ciò che emerge dalla storica elezione di ieri, la prima a tre anni dal pogrom del 7 ottobre, è un quadro confuso, tutto da decifrare, tranne che nei numeri della mobilitazione popolare: l’affluenza è da record, al 77,7%, come non si registrava da cinquant’anni. Tra i due blocchi è un testa a testa, con la coalizione di opposizione al premier, guidata dal generale Gadi Eisenkot, avanti di qualche seggio (52 a 50 secondo gli exit poll di Channel 12, 53 a 50 per Kan e Channel 13), ma con il Likud del capo del governo che, pur perdendo 8 seggi, si conferma primo partito (24 seggi contro i 20 di Yashar, il movimento rivale fondato appena un anno fa dall’ex capo di Stato maggiore Eisenkot). Boom dei partiti arabi (almeno 17 seggi), che potrebbero essere decisivi per un futuro esecutivo senza Mister Sicurezza, quel Benjamin Netanyahu che guida il Paese da vent’anni e punta alla «vittoria totale» sui nemici. Dei 36 partiti in lizza solo 13 hanno superato la soglia di sbarramento del 3,25%.
Nessuno ha la maggioranza per governare, è la constatazione che spinge gli opposti protagonisti di questo voto cruciale a festeggiare tutti. «Dagli exit poll emerge totale sfiducia in Netanyahu», commenta fiducioso Eisenkot, l’uomo che nella guerra a Gaza ha perso un figlio e due nipoti. In giornata, dopo essersi recato al kibbutz di Nir Oz con Gadi Moses, ostaggio di Hamas a Gaza per oltre 500 giorni, il generale ha promesso di «portare il Paese su una nuova strada». La coalizione anti-Bibi, di cui è alla guida, composta anche dai Democratici di Yair Golan (sinistra, 10 seggi), dal centro liberale di Yachad (terzo partito, 12 seggi) e dalla destra radicale e laica di Avigdor Lieberman (Yisrael Beytenu, 8 seggi) è avanti ma non ha sfondato.
Esultano i candidati della Lista Araba Unita, che si è assicurata 11 seggi, e del partito arabo Ra’am di Mansour Abbas (7 seggi) che nel 2021 entrò nel governo Bennett-Lapid, durato appena 18 mesi, e ha come numero due l’ebreo israeliano Yoav Segalovitz. Gli arabi israeliani si dicono pronti a cacciare «i fascisti e i razzisti»: «È la nostra vittoria - hanno commentato - L’alta affluenza alle urne dimostra che la popolazione araba vuole vivere in pace e uguaglianza».
Il timore di essere spodestato ha spinto Netanyahu a invitare i suoi alla mobilitazione. «Il Paese è sull’orlo della rovina», ha commentato Mister Sicurezza, chiedendo agli elettori di centrodestra di correre alle urne. «Elettori di destra, è un’emergenza! Sinistra e arabi stanno votando in massa, andate subito a votare per il Likud!», è stata l’esortazione. Fino al tentativo, respinto dalla Commissione elettorale e ostacolato dal rivale Eisenkot, di prorogare l’orario di chiusura delle urne. La Commissione ha anche rigettato le accuse reciproche di brogli, nonostante i tre arresti per corruzione elettorale, denunciati da Bibi come «episodio grave». In giornata anche la tentata aggressione al leader dei Democratici Yair Golan (sinistra), avvicinato nel parco Hasila di Tel Aviv da un uomo armato di coltello, prima di essere fermato dalle guardie del corpo.
Il grattacapo passa adesso al capo dello Stato Herzog, che si è augurato ieri «una festa della democrazia». Netanyahu premerà per avere l’incarico di formare il nuovo governo dopo che il Likud è stato confermato primo partito. Eisenkot spingerà per guidare il Paese grazie alla sua variegata coalizione anti-Netanyahu che, stando ai numeri, ha la maggioranza. Il caos rischia di regnare in Israele nelle prossime settimane.
