Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 10:45
In evidenzaAggiornato alle ore 10:45
Politica estera

Alta tensione con Hegseth: si dimette “l’uomo dei droni”

Lascia Driscoll, in contrasto col capo del Pentagono. È l’ultimo di una lunga serie

(FILES) (L/R) Acting Chief of Staff of the Army General Christopher LaNeve and US Secretary of the Army Dan Driscoll testify during a House Appropriations Subcommittee on Defense budget hearing for the US Army on Capitol Hill in Washington, DC, on April 16, 2026. US Army Secretary Dan Driscoll has submitted his resignation, the White House confirmed Monday, following reports of tensions with Defense Secretary Pete Hegseth. (Photo by SAUL LOEB / AFP)

washington La notizia era nell’aria. Da tempo, le indiscrezioni che filtravano dal Pentagono raccontavano di dissapori ormai inconciliabili col segretario alla Difesa Pete Hegseth. Eppure, le dimissioni che il segretario all’Esercito, Dan Driscoll, ha consegnato lunedì nelle mani di Donald Trump sono destinate a lasciare il segno. Nessuna spiegazione ufficiale è stata fornita dalla Difesa e dalla Casa Bianca per il suo passo indietro, che giunge a sei mesi dall’inizio della guerra contro l’Iran. A pesare nella sua scelta, riferiscono gli «insider» della Difesa, le tante, troppe decisioni con le quali Hegseth lo ha scavalcato, premiando i suoi fedelissimi a discapito di merito e carriere. Ad aprile, il capo del Pentagono aveva improvvisamente rimosso uno dei principali alleati di Driscoll, il generale Randy George, comandante in capo dell’Esercito. A breve, fecero seguito le dimissioni inaspettate del generale Christopher Donahue, comandante dell’US Army in Europa e Africa. Ennesimo capitolo delle «purghe» messe in atto in questi mesi dal capo del Pentagono, ossessionato dal controllo sui suoi generali e ammiragli e impegnato a difendere agli occhi di Trump l’entusiamo con il quale ha spinto per l’avventura militare in Medioriente, che è finora costata agli Stati Uniti il dilapidamento dei propri arsenali missilistici e rischia di costare ai Repubblicani il controllo del Congresso.

Il ruolo di capo di Stato Maggiore dell’Esercito era stato assunto a interim dal generale Christopher LaNeve, molto vicino a Hegseth, che ha subito ordinato la fine di un programma fortemente voluto dal generale George e da Driscoll: la creazione in forma sperimentale di un battaglione per le nuove tattiche di guerra con i droni, nell’ambito della 173esima Brigata Aerotrasportata di base in Italia e Germania. Una scelta che a molti osservatori è apparsa come miope, alla luce delle esperienze emerse dai campi di battaglia in Ucraina e nel Golfo. Non è escluso, poi, che i dissapori tra Hegseth e Driscoll siano stati amplificati dall’amicizia tra l’ormai ex segretario all’Esercito e il vicepresidente JD Vance.

Sullo sfondo, secondo indiscrezioni di Nbc News, subito smentite dal diretto interessato, ci sarebbe la battaglia per la successione a Trump e la nomination repubblicana del 2028. A complicare il clima con il quale gli Stati Uniti proseguono la loro guerra di logoramento contro l’Iran, il rifiuto dei vertici delle Forze Armate (scoop del Washington Post) di avallare il piano di Hegseth che prevede fino al 2027 di continuare il massiccio impiego di truppe e mezzi navali e aerei nel Golfo: «Obbediremo, ma è un piano che ci espone a criticità in altri teatri», il responso. Hegseth è stato smentito, seppure con discrezione, anche dal suo generale più alto in grado, Dan Caine, capo degli Stati maggiori riuniti. In una lettera alla senatrice democratica Elissa Slotkin, che chiedeva rassicurazioni, Caine ha escluso qualsiasi impiego «illegale» delle forze armate per controllare seggi e urne nelle prossime elezioni di midterm. Un’ipotesi ventilata recentemente da Trump e sulla quale Hegseth non ha ancora espresso giudizi.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.