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La Cina non sogna più l’America: cosa c’è dietro la nuova sfida agli Usa

Dal mito della Coca-Cola al nazionalismo di Xi, il libro di Simone Pieranni, Lo specchio americano, racconta come Pechino abbia trasformato Washington da modello a rivale

La Cina non sogna più l’America: cosa c’è dietro la nuova sfida agli Usa

Novembre 2013. Tra i quadri e i dirigenti del Partito Comunista Cinese inizia a circolare un dossier segreto. Solo un anno prima Xi Jinping è stato nominato Segretario Generale del Partito e nel marzo di quell’anno è diventato Presidente della Repubblica Popolare. Il documento che agita gli animi dei funzionari si chiama “Documento 9”. È un decalogo che delinea una svolta conservatrice interna alla politica del Paese: vieta severamente la promozione di valori occidentali, mette nel mirino la democrazia costituzionale, i valori universali, il neoliberismo e la libertà di stampa.

La fine dell’illusione americana sulla Cina

La svolta conservatrice di Pechino è un segnale all’Occidente, ma soprattutto agli Stati Uniti. I tempi in cui qualcuno a Washington accarezzava l’idea che Pechino potesse democratizzarsi attraverso il mercato sono finiti. Eppure quel sogno, o meglio quell’illusione, aveva basi solide, o così almeno pensavano gli americani. Tornando indietro di qualche anno si capisce l’origine di questa illusione. Gli esempi sono innumerevoli, ma uno vale per tutti. Aprile 1984: il Time pubblica una copertina rimasta nella storia, “Il nuovo volto della Cina”. L’immagine mostra in primo piano un giovane cinese con la Grande Muraglia sfocata sullo sfondo. È sorridente, ma soprattutto ha in mano una bottiglia di Coca-Cola. Gli anni di Mao sembrano alle spalle e le riforme del successore Deng Xiaoping paiono aver finalmente aperto la Cina al mondo. I ruggenti anni Ottanta non sono solo quelli in cui gli Usa di Reagan mettono ko l’Urss, sono anche quelli del grande innamoramento cinese per l’America.

Parte da qui l’analisi di Simone Pieranni nel nuovo libro Lo specchio americano, edito da Mondadori. Il giornalista indaga la Cina di oggi attraverso il suo sguardo sugli Stati Uniti. La storia della Repubblica Popolare contemporanea è anche, e soprattutto, la storia degli Stati Uniti e del modo in cui l’immaginario americano ha plasmato, anche per reazione, quello cinese, che si è poi ricostruito in modo autonomo e antitetico.

Nel suo libro Pieranni compie un viaggio storico nell’infatuazione americana dei giovani cinesi e nel decennio breve che si apre nel gennaio del 1980 con la messa in onda della serie americana L’uomo di Atlantide, la prima mai trasmessa in Cina, e idealmente culmina nel 1988, un anno prima dei fatti di Tiananmen, con la pubblicazione di America Against America di Wang Huning. Pieranni dedica ampio spazio all’impatto del libro di Huning, oggi tra i più importanti ideologi del PCC, in particolare nell’approccio neoautoritario di Pechino.

È suggestivo pensare che, mentre i cinesi sognavano di scappare negli Usa per fare fortuna, in Cina ci fosse chi attaccava a testa bassa il modello americano e le idiosincrasie della grande democrazia a stelle e strisce. L’opera di Huning, scritta dopo un viaggio in America, ricorda, quantomeno per l’impatto antiamericano e ovviamente con i dovuti distinguo, quella di Sayyid Qutb, esponente di spicco e ideologo dei Fratelli Musulmani e uno dei padri fondatori dell’islamismo, che quarant’anni prima aveva visitato college e città ed era stato impressionato, negativamente, dalla società e dal sistema americano.

Lo specchio americano e il dibattito interno cinese

L’opera e l’influenza di Huning si inseriscono in un percorso tortuoso nel modo in cui i cinesi hanno imparato a osservare gli Usa. Pieranni costruisce così un affresco dei rapporti che hanno condizionato i due Paesi nel corso degli anni, senza dimenticare incursioni nei decenni precedenti alla nascita della Repubblica Popolare. Il valore aggiunto del libro, però, non sta solo nella ricostruzione di un rapporto complesso e intrecciato, ma nell’evoluzione del pensiero cinese e del sentimento nei confronti di Washington. Un’evoluzione che passa dalla consapevolezza delle differenze profonde tra i due sistemi fino ai punti di rottura di questa relazione, come il bombardamento Nato dell’ambasciata cinese a Belgrado nel 1999.

L’opera ha però anche un altro merito: restituisce tridimensionalità al pensiero dell’accademia cinese sulle relazioni tra i due Paesi. Negli ultimi anni l’interesse intorno alla figura di Huning ha appiattito un po’ il modo in cui si racconta come Pechino osservi Washington. Pieranni, al contrario, ci porta in un labirinto di posizioni che non riflettono solo il volere del PCC, ma mostrano come il tema e il dibattito interno alla Cina siano effervescenti.

Ci sono i falchi antiamericani, i critici del modello e soprattutto c’è gran parte del Paese che vorrebbe aprire una nuova fase della storia in cui la Cina non sia subalterna agli Usa, ma diventi un soggetto di primo piano dei destini del mondo. Non a caso, uno degli elementi che Lo specchio americano mette in luce è il senso di soffocamento che si respira in Cina. Lo mostra la posizione di Hu Xijin, giornalista e megafono pop dell’apparato, secondo cui la Cina sarebbe ingiustamente “compressa” dagli Stati Uniti, visti come una potenza in declino che agisce per paura.

Altri, come Wang Hui, professore della Tsinghua University, spiegano che lo sviluppo cinese non deve nulla alle influenze occidentali e men che meno americane. Per Wang, nota ancora Pieranni, la fascinazione per gli Stati Uniti non ha alcuna ragione d’essere. Per molti, quindi, la grande fascinazione per l’America deve finire. È, in sostanza, l’archiviazione del sogno americano, sostituito da un sogno cinese, ovviamente socialista, che si esprime in modo autonomo.

Ovviamente, però, non tutti hanno questa impostazione radicale. Anzi. Pur nelle maglie strette del regime, c’è una corrente meno assertiva, quella che Pieranni chiama dei “pontieri”: studiosi della vecchia guardia che provano a resistere alla polarizzazione, sostenendo che gli Usa rimangano un enigma con cui Pechino debba fare i conti. Altri ancora sostengono che sia necessario un punto di contatto tra i due Paesi, addirittura con meccanismi di gestione delle crisi: in sostanza, una sorta di G2 tra Stati Uniti e Cina.

Quello che è certo è che per il momento, tra i corridoi del PCC, prevale lo scetticismo. La chiusura imposta da Xi Jinping negli ultimi anni, il ritorno di un nazionalismo acceso, unito a un capitalismo di Stato spinto a mille per la competizione, rendono i rapporti sempre più complessi e difficili. Ma anche strani.

Pieranni conclude infatti con una riflessione sulla presidenza di Donald Trump, in particolare su una sorta di contaminazione cinese nel modo di fare politica e di puntare proprio sul capitalismo di Stato. Viene quindi da chiedersi: che cosa si vede nello specchio cinese, osservato da Washington? Forse la fine del libero mercato, forse il ritorno preponderante del centralismo, un fenomeno da cui nessuno è immune.

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