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Politica estera

I repubblicani archiviano Reagan

Il partito è ora saldamente orientato all’uso del potere normativo e fiscale per difendere i confini, tutelare il tessuto economico nazionale e arginare le grandi multinazionali

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Con South Carolina, Wisconsin e Minnesota si è chiusa una stagione delle grandi elezioni primarie che ha ridefinito gli equilibri del partito repubblicano, segnando il superamento della visione reaganiana, il paradigma basato su libero mercato globale e deregolamentazione. Il partito è ora saldamente orientato all’uso del potere normativo e fiscale per difendere i confini, tutelare il tessuto economico nazionale e arginare le grandi multinazionali qualora le loro agende contrastino con la stabilità culturale e sociale delle comunità locali. Come nel caso del partito democratico, è una mutazione che sta avvenendo attraverso una sostituzione della classe dirigente. In Wisconsin, la corsa a governatore ha offerto una dimostrazione di forza significativa: Tom Tiffany ha ottenuto una vittoria plebiscitaria, lasciando allo sfidante Andy Manske solo una manciata di voti. Fortemente allineato a Donald Trump, Tiffany ha fatto della convinta difesa dei dazi un elemento emblematico della sua campagna. Ma il dato politicamente significativo non è soltanto l’ampiezza della vittoria, ma l’assenza di un’alternativa capace di contendere a Tiffany la leadership del partito in uno stato cruciale del Midwest. In Minnesota, la sfida per la nomination a governatore si è consumata interamente all’interno della medesima visione identitaria e protezionista. Infine, il voto speciale per il seggio del Senato in South Carolina ha confermato l’antica tradizione di uno Stato incline alla ribellione contro il potere centrale. La senatrice ad interim Darline Graham ha ottenuto la maggioranza relativa, ma l’appoggio dei vertici non è bastato a garantire una nomina immediata. A forzare il ballottaggio è stato il deputato Ralph Norman, che ha raccolto il consenso del tradizionalismo locale. Il dato più rilevante è però l’esclusione di Russell Fry: anch’egli, come gli altri grandi sconfitti, rappresentava l’ala legata alla tradizione liberista reaganiana.

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